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Angela
Vettese Barbara Kruger proviene dalla middle class e a quella
torna il suo lavoro, così vicino alla grafica pubblicitaria da
risultare leggibile a chiunque. Lartista opera sul ribaltamento
di un mondo che ha conosciuto bene: a ventanni, designer prodigio,
era già responsabile per limmagine del mensile "Demoiselle",
alla Condé Nast. Alle spalle, però, aveva una formazione
che le ha concesso di leggere in chiave critica quel suo primo lavoro
in modo da farne la cellula germinale del proprio iter creativo: suoi
maestri erano stati Marvin Israel, già direttore di "Harpers
Bazaar", e Diane Arbus, che fu un modello non tanto per il metodo
o per la ricerca sociale che può sembrare sottesa alle sue foto,
quanto perché artista-donna.
In effetti la parte fotografica delle opere di Kruger è sempre
stata importante, ma leggibile in senso proprio solo a partire dal legame
con un testo: ciò che, nella normale pagina pubblicitaria, assume
il ruolo di slogan o di titolo, nei suoi lavori diventa un contro-messaggio
essenziale.
Sei anni di lavoro interno a una rivista le hanno concesso di imparare
il lessico della comunicazione di massa, in particolare di quella comunicazione
che è indirizzata alle donne e alle lettrici dal gusto affinato
ma non elitario.
Ma sarebbe un errore pensare che la sua formula più nota sia venuta
rapidamente: nel lavoro maturo, Barbara Kruger oppone un bianco e nero
aggressivo a caratteri in rosso, quello della Coca-Cola e delle sigarette
Marlboro, cioè di due tra le confezioni più efficaci dal
punto di vista comunicativo. Eppure prima di giungere a tale sintesi,
così compiuta da sembrare erroneamente semplice, lartista
è passata attraverso esperienze diverse: dai graffiti metropolitani
(Aperture 13, 1968) a pattern astratti ottenuti con vari tipi di bricolage,
tra il 1972 e il 1981, opere in cui venivano assemblati materiali come
pelliccia, cotone, stoffa, carta, le cui configurazioni apparivano labirintiche
e volutamente eccessive.
È curioso anche notare come lartista sia stata molto colpita
dal lavoro della polacca Magdalena Abakanowicz, la cui scultura antropomorfa
di stoffa, monumentale e depressiva, poco ha a che fare con luniverso
mediatico. Luso della stoffa pare essere stato centrale per questa
fascinazione, che del resto Kruger ha avuto anche per la protagonista
del laboratorio di tessitura al Bauhaus, Gunta Stölzl: siamo sempre
nel territorio in cui è stata confinata la presenza femminile,
da cui le artiste donne hanno cercato di evadere senza tradirlo del tutto.
Il cinema e la televisione hanno giocato un ruolo differente: riportare
Barbara Kruger a sondare le caratteristiche di unimmagine costruita
per una larga diffusione, sia riguardo ai film raffinati di Chantal Akerman,
di Yvonne Rainer e di Sam Fuller, sia che lattenzione si fermasse
sui servizi televisivi. Televisione e cinema hanno in comune con il mondo
delle riviste il porre in stretta relazione testo e immagini: probabilmente
è stato anche grazie alla frequentazione con queste categorie che
Barbara Kruger ha recuperato, alla fine degli anni Settanta, il desiderio
di congiungerli. Non è un caso che per lungo tempo lartista
sia stata columnist sulla televisione della rivista "Artforum",
su invito dellallora direttrice Ingrid Sishy.
In fondo cera una tradizione intera a portata di mano, non solo
quella delle parolibere futuriste, ma anche quella più antica dei
libri dore e dei testi miniati. Così, durante un soggiorno
a Berkeley, lartista ha incominciato a scattare fotografie di palazzi
residenziali. Dopo averle composte con immagini analoghe prese in Florida
e a Los Angeles, ha autoprodotto il libro Picture/Reading che può
essere considerato il suo primo atto artistico maturo: le immagini si
associano alle letture e il confine tra testo iconico e verbale si sfrangia
continuamente.
A questepoca risale anche il suo interesse per lapprofondimento
teorico, con un affondo su tematiche e autori che, più tardi, sarebbero
stati definiti postmoderni. La cosiddetta fine art le si prospetta
non più come un esercizio diaristico, opposto alla comunicazione
di massa implicita nelle arti minori, ma come un territorio nel quale
possono essere svelati i sottintesi, i trucchi, le forzature che sono
propri della comunicazione allargata. La quale è sempre comunicazione
politica, centrata sulla necessità di costruire un consenso economico
o di manipolare la mentalità. Erano gli anni del Mudd Club, il
luogo dove si incontravano gli artisti, i musicisti e i creativi di una
New York che avvertiva larrivo della bomba economica, e che con
essa presentiva gli effetti del nuovo, più turbinoso rilancio del
consumismo e del conservatorismo. La ribellione implicita in quel luogo
notturno era la controparte di una Borsa valori che preparava i suoi anni
di gloria.
I tempi erano maturi perché nascessero gli stilemi più noti
di Barbara Kruger, in cui la formazione di grafica professionista è
pienamente recuperata. Da qui in poi le opere non abbandoneranno più
laspetto di relazione testo/immagine, assumendo in modo sempre più
chiaro anche la relazione testo/contesto: basta soltanto il titolo di
unopera, Public Sector/Private Space, per indicare come lattenzione
si sposti sempre di più verso il fronte sociale. La cellula di
partenza è la necessità di un impegno etico che giustifichi
il fare artistico; sul piano ideologico, il punto rilevante è la
considerazione della differenza femminile, in anni ancora fortemente memori
del femminismo più duro: quegli stessi nei quali, nelle università
più avanzate, iniziano a diffondersi i cosiddetti Women Studies.
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In seguito, soprattutto dopo lenorme risonanza che lopera
di Barbara Kruger ha avuto grazie alla partecipazione a Documenta 7, alla
Biennale di Venezia e alla Biennale del Whitney tra il 1982 e il 1983,
questo interesse per la differenza sociale si è esteso fino a contemplare
gli ammalati di AIDS, le frange di immigrati e tutti coloro che non sono
riusciti a ottenere una perfetta integrazione nel sistema lavoro/consumo:
di qui limpegno anche teorico di Barbara Kruger, che in tempi molto
precoci rispetto allo sviluppo nel mondo artistico delle tematiche multiculturaliste,
ha curato insieme a Phil Mariani la raccolta Remaking History con testi,
tra laltro, di teorici dellalterità culturale come
Homi Bhabha, Edward Said, Bernard Tschumi; nellintroduzione leggiamo
come il problema non sia più quello del sesso, della razza o del
censo presi singolarmente, ma quello della più generale costruzione
della storia da parte della classe dominante: ciò che occorre "is
not a singular response which is history, but a chorus of
commentaries, a crowd of reckonings" in cui ogni soggetto sociale
possa dire la sua.
Dal punto di vista delle opere, il risultato di questa evoluzione è
un lavorìo di decostruzione del senso comune che richiede le armi
del senso comune stesso: fotografie di grande impatto, frasi a effetto,
capacità sintetica spinta ai suoi massimi vertici sia nelluso
delle parole sia nel taglio delle figure. Laspetto perturbante dellimmagine
sta nel fornirci dei dubbi con il linguaggio e le forme che siamo abituati
a riconoscere in quel mondo assertivo, retorico e convincente che è
la comunicazione pubblicitaria. Al di là del singolo tema toccato
da ogni opera, il dato comunque a tutte è che non offrono soluzioni
ma dilemmi. O talvolta, come nella famosa citazione da una canzone di
Tina Turner, appaiono negazioni del sentire corrente: We dont need
another hero è una controproposta rispetto a una civiltà
che si propone come eroica, conquistatrice e fondata sulliniziativa
del singolo.
È naturale che anche le modalità espositive vengano affette
da questo grumo di riflessioni: non più o non solo la fotografia
ritoccata, magari incorniciata in maniera da potere essere esposta e venduta
a buoni collezionisti, ma anche e soprattutto mostre nelle quali assume
un ruolo importante larchitettura: tutto lo spazio, dal pavimento
ai soffitti, viene riempito di frasi e fotografie, in modo da coinvolgere
lo spettatore in unesperienza dal carattere marcatamente fisico.
Spesso lartista decide di uscire dallambito comunque protetto
della galleria, scende in campo senza timore di deprezzare il suo lavoro
esponendolo sotto forma di billboard stradali, di magliette, di coperture
per autobus.
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È evidente che in questa presa di posizione cè un
elemento di ribellione al sistema dellarte, ma al tempo stesso lartista
non rifiuta di starci dentro: proprio come era accaduto a
Andy Warhol, che aveva percorso un analogo itinerario dalla pubblicità
allarte e ritorno. Il passaggio dal mondo dellunderground,
con la galleria di Annina Nosei come sostenitrice, a quello del mercato
alto, con il contratto da Mary Boone, è talmente eclatante da dovere
essere giustificato in termini teorici dallartista medesima: si
può cercare di smontare un meccanismo solo agendo dentro di esso,
come un micorganismo detonante, e non rifiutando le possibili interazioni.
Detto in altre parole, solo una forte presenza sul mercato e quindi sui
media stessi può dare corpo e senso alla resistenza
a mercato e media. I shop therefore I am, recita una delle frasi più
note dellartista. La filosofia cartesiana ha condotto dal discorso
sul metodo a un metodo del discorso orientato solo allabuso di potere
sullindividuo da parte del mondo economico. Ed è a questo
che vanno indirizzate, con la voce più alta che possa avere un
artista visivo, provocazioni e domande di risarcimento.
Per tutto questo le operazioni hanno assunto un carattere sempre più
diffusivo; a causa del conseguente, progressivo venire meno
degli aspetti più strettamente autobiografici, la persona a cui
si rivolge lartista è una non-persona: un lettore esterno
a cui non si attribuisce una specifica personalità, un target che
non ha caratteristiche delineate, ma piuttosto, come ha suggerito Jean
Baudrillard nel catalogo di una mostra, un lettore disattento e volutamente
generalizzato.
Dopo molti anni dagli esordi di Barbara Kruger e dai primi successi possiamo
dire che il suo lavoro è stato un prodromo significativo rispetto
a rivendicazioni anche molto diverse, provenienti da aree del mondo in
cui i problemi sociali assumono i toni drammatici di chi combatte per
la sopravvivenza. Ma queste opere, che in partenza assumono come controparte
lamerican way of life e che, in arrivo, rappresentano
ammonizioni riguardo a ogni forma di marginalità, sono state e
resteranno aurorali.
Il loro carattere di classici deriva anche e soprattutto dalla loro capacità
formale, sola risposta efficace a un mondo che vive di retorica visiva.
"Le immagini sono, lo si voglia o no, la nostra scena primaria
scrive Baudrillard e gli eventi di New York, come hanno radicalizzato
la situazione mondiale, così avranno radicalizzato il rapporto
dellimmagine con la realtà". Parole e immagini congiunte
sono ormai armi affilate. Non si può rispondere loro in modo sciatto:
tra i maggiori meriti di Barbara Kruger è averlo sempre lucidamente
dimostrato.
Testo
tratto dal catalogo della mostra, edizioni Gli Ori. Ringraziamo l'Ufficio
Stampa del Palazzo delle Papesse Centro Arte Contemporanea
T: 0577 220720/21 F: 0577 42039 stampa.papesse@comune.siena.it
http://www.papesse.org
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