|
Paolo
Fabbri Thinking of her Possiamo
avviare la riflessione sulloperare di Barbara Kruger, partendo dalla
nota affermazione di Baudrillard che larte moderna è nulla.
Indubbiamente, se si parte dalla consistenza semisimbolica,
cioè dal tentativo di motivazione dellarbitrario segnico
che caratterizzava lesigenza artistica gli aspetti di costruzione
poetica, i parallelismi tra i significanti e i significati, la densità
semantica espressiva dobbiamo dar ragione a Baudrillard. E ammettere
che, se non un annullamento o un grado zero, si è verificato un
disinvestimento dintensità.
Quello che è più arduo percepire dallesterno delluniverso
di senso artistico, sono gli aspetti prospettivi del presente, che oggi
riguardano gli aspetti esterni della comunicazione non banalmente intesa,
come scambio di significati condivisi, ma come quella sfida al senso,
per cui il ricevente dei messaggi è tenuto, per capire, ad alzarsi
sulla punta dei piedi. Al destinatario non è più richiesto
il balzo nel sublime, nessun artista oggi esige il capofitto nel Grund,
nellabisso che separa da una parte lesperienza estetico-estatica
e dallaltra la comunicabilità (abisso che, tra laltro,
dovrebbe essere scavalcato da un ponte fatto della sua stessa sostanza!).
Ma tutto ciò non implica una rinuncia definitiva alla trascendenza,
a condizione che sappia trascendersi dentro limmanenza. Proprio
questimmanenza dellopera negli oggetti e nelle cose, dove
lidea si realizza, richiede infatti allenunciatario di ristipulare
un contratto di intelligibilità. Chi abita nel mondo della comunicazione
ordinaria mal coglie questo tratto distintivo nelle opere di artisti come
la Kruger, e lo stesso accade a chi vorrebbe contemplarle o rifletterle
come immagini speculative o drammatiche. Il vero destinatario è
colui che, sottile abbastanza per accorgersi della differenza e interrogarla,
non accetta di leggerla senza scorgere la profondità della loro
evidenza.
|
Come dicevamo,
gli è richiesto lo sforzo dalzarsi sulla punta dei piedi.
Una delle cose che più mi colpisce nelloperare comunicativo
di Barbara Kruger è la natura gnomica, laspetto sentenzioso,
che convive con una dimensione paremiologica, proverbiale, permeata non
di massime, ma di lievi avvertimenti. Un aspetto che mi piacerebbe chiamare
scrittura verbiale (nel senso che cè un pro-verbiale)
che risulta evidente dal tono di certe proposizioni: We wont be
our own best enemy; Put your money where your mouth is; We dont
need another hero; Talk is cheap; Look for the moment when pride becomes
contempt; Not stupid enough. Sono luoghi comuni costruiti come proverbi,
enunciati di triviale saggezza. Benjamin diceva che le morali stavano
avvolte come ledera parassita intorno alle favole e il concetto
potrebbe essere esteso al lavoro della Kruger. Ma è lironia
che fa tutta la differenza. Su questi testi la morale sta si avviticchiata,
ma per comunicare altrimenti e questa ironia verbiale può essere
compresa soltanto nel montaggio del testo visivo. È un tipo di
operazione che, apparentemente, non sembra troppo lontana dalle pratiche
della Poesia Visiva, ma le manca ogni criterio ideologico, e non partecipa
affatto a quella che negli anni Sessanta chiamavamo guerriglia semiologica.
Anche il continuo ricorso alla scrittura assume un carattere assai diverso,
poiché si indirizza verso gli esiti, previsti da Barthes, di una
scrittura bianca, cioè la proposta di un tono neutro, una scrittura
scialbata e neutralizzata nel senso. Questa neutralizzazione però
si indirizza a qualcuno e si rivolge con un andamento allusivo. La forza
delle scritture bianche che, come queste, hanno una forma verbiale e proverbiale,
è che intendono instaurare un mondo di consenso. Ladagio
"i soldi non te li puoi portar dietro nella tomba" (You cant
drag your money into the grave with you) si accompagna allimmagine
di un paio di scarpe. Niente rapporti referenziali, ma accenni confidenziali.
Cè una forza dellimplicito nellopera della Kruger,
ma è invece esplicito che lallusione è a carico del
destinatario. Ecco perché egli deve rizzarsi, mantenersi sulle
punte, poiché deve nello stesso tempo riconoscere il significato
denotativo dei luoghi comuni, gli slogan (Pensa come noi, Appari come
noi, Vinci come noi), e tracciare il percorso obliquo per siglare un contratto
diverso.
È importante rilevare, inoltre, che Barbara Kruger, come altri
artisti a solido impianto concettuale, usa del senso comune, ma non lo
scambia con il buon senso. Il buon senso è la conoscenza condivisa
e data per scontata, che assegna caso per caso la realtà dei luoghi
comuni. Un tipico esempio di buon senso è la classificazione zodiacale,
perfetta metafora della cultura di massa. Luogo comune è che esistono
i segni che rinviano a tipi di carattere o li determinano, buon senso
invece è ciò che spinge a classificare caratteri e comportamenti
di individui singolari secondo i segni zodiacali. Il buon senso è
lapplicazione dei tipi al caso per caso con tutta la tirannia e
larbitrarietà che ne conseguono. Nelle
opere di Barbara Kruger i luoghi comuni non servono invece il buon senso,
al contrario, operano in direzione di uno sbiancamento della significazione
che attribuisce singolarmente il valore allusivo. Ma questa lettura non
esaurisce il significato, non ha il senso egemonico duna esegesi
prefissata. Quindi questa scrittura è inquietante, non sensorialmente
i messaggi non sono percetti ma cognitivamente sono
concetti. Perché ha a che fare non con le immagini ma con le forze.
Pensa come noi, ma tocca a noi farci carico di chi siamo questi
noi. Pensa come noi. È un imperativo? Pensa come noi. È
unistruzione? È unesortazione? Pensa come noi! Che
questa frase sia una constatazione, un ordine o un invito è a carico
del ricevente; la forza illocutiva, lassegnazione della forza, è
conferita allusivamente e indirettamente a chi deve ergersi ad attribuire
il significato. Di qui discende la convinzione dellartista di operare
sul vasto piano di consistenza dellimmaginario collettivo, al punto
che i suoi lavori trovano un esito naturale allesterno. Nel caso
delle applicazioni sugli autobus di Siena, esse possono benissimo
circolare perché la gente è in grado di riconoscere immediatamente
le forme espressive e quelle del contenuto. Solo che diviene necessario
prima attribuir loro delle forze, poi connettere gli elementi e tentare
di stabilire dipendenze e gerarchie di valore. Perché Pensa come
noi è a sé stante? Perché le altre scritte sono disposte
parallelamente e questa non lo è? Perché hanno questo tipo
di configurazione? Perché sembrano e forse sono rime?
Quanto detto riguarda, se cosi si può dire, la scrittura. Ma i
temi, e i motivi di selezione delle immagini fotografiche? Quello che
mi colpisce è il punctum di Barthes, là dove il senso
ci punge è il patente utilizzo della dimensione passionale
da un punto di vista perfettamente cognitivo. Laffetto è
il concetto. Cioè la mozione degli affetti è sempre speculativa,
non è unapertura al pathos. Forse perché questo tipo
di espressione artistica non opera né sullesterno del corpo
sensibile, né sulla carne interna, ma sullarticolazione tra
sema e soma, tra corpo e pensiero. La dimensione plastica, eidetica, cromatica,
topologica della Kruger non fa palpitare la carne, non coglie immediatamente
il corpo, ma lo filtra attraverso lintelligenza, investe diffusamente
il nostro mondo cognitivo.
 |
Opere recenti
sulle passioni di base, come quelle della serie datata 2001 (Love, Hate,
Good, Evil, ecc.) in realtà non sono destinate a creare una sensorialità,
a depositare un percetto, ma piuttosto al riconoscimento obliquo duna
fisiognomica e gestualità. I volti e i movimenti, in queste opere,
fanno interloquire la dimensione visiva e la rendono esplicitamente meta-semiotica.
La differenza linguistica dei nomi delle emozioni nasconde il medesimo
viso, quindi alla stessa espressione possono essere attribuite passioni
assai diverse, addirittura di segno opposto. Se vogliamo tentare lesercizio
allusivo che lartista ci propone, potremmo affermare forse che nella
società odierna la stereotipia dellespressione rende ormai
impossibile lesplicitazione della gamma dei sentimenti. Oppure,
sempre se accettiamo la leggera allegoria, possiamo sostenere che la passione
può solo essere scritta e non rappresentata, perché in qualche
modo tutto il visibile è ormai stereotipo. Oppure il senso è
da cercare ad un livello più riflessivo che rimette in causa la
relazione tra limmagine e le parole e il loro complicato rapporto
di ancoraggio, di stabilizzazione, di selezione? Oppure limmagine
e il testo sono soltanto sovrapposti, vivono vita autonoma e la loro distanza
invita solo allingresso nello spazio allusivo che tocca a noi ricostruire?
Grazie a questo iato emerge chiaramente laspetto ironico dellopera
di Barbara Kruger e tutta la sua leggerezza. Anche quando ci sono le capital
letters che invadono prepotentemente lo spazio dellimmagine, ironia
e allusione sono pur tuttavia lievi. Meglio, la distanza non rimette in
causa i fondamenti dei comuni significati, tende invece più allo
humour e agisce anche con vasti mezzi espressivi non per stornare il senso,
ma spostarlo lievemente.
E se dovessi immaginare quale potrebbe essere il suo orientamento futuro
mi sentirei di dire che lartista procederà nella direzione
di un ulteriore assottigliamento del significato, un affinamento della
forza illocutiva, un alleggerimento dellironia, poiché le
è ben chiaro quanto limmagine più drammatica, se immersa
nelle sparata mediatica, non può entrare in competizione
con essa, ma giocare sul décalage, sul mutamento del tono e del
valore. Polifonia e polisemia.
Unultima riflessione circa lesigenza di Barbara Kruger di
un passaggio dallo spazio chiuso del museo a quello esterno. Non mi sembra
che sia da intendersi come un desiderio derompere, una fuoruscita
pubblica opposta ad uno spazio di senso più selettivo e privato.
Al contrario, ritengo che gli autobus krugerizzati che circolano a Siena,
ad esempio, escano per poi tornare indietro. Il vero destinatario
è, infine, il luogo del museo, dove si svolge la prova principale
di senso. Lopera deve uscire, sollecitare allusivamente dei contratti
di lettura, e poi ritornare per realizzarsi in un atto di traduzione,
dove il luogo comune schiude la densità del significato. Ed è
così che immagino funzionerà a Siena, città piccola
maggiore, dove gli autobus non si disperdono nella periferia e tornano
secondo la forma stessa della città allo spazio espositivo, al
luogo della rielaborazione del senso.
Il
testo qui pubblicato scaturisce da una conversazione fra lautore
e Marco Pierini che si è svolta a Bologna il 22 maggio 2002
Testo
tratto dal catalogo della mostra, edizioni Gli Ori. Ringraziamo l'Ufficio
Stampa del Palazzo delle Papesse Centro Arte Contemporanea
T: 0577 220720/21 F: 0577 42039 stampa.papesse@comune.siena.it
http://www.papesse.org
|