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ESSELUNGA
In questa rubrica in genere non si parla troppo bene delle pubblicità
che compaiono sulle riviste di carta. E' una linea di condotta quasi forzata:
la maggior parte delle pubblicità stampate è sciatta nel
linguaggio, pedantemente allusiva all'eros, priva di umore e di "sostanza".
E' scritta, impaginata, fotografata proprio male. Difettano i pubblicitari?
A monte, e alla foce, c'è lo stile del cliente. La brutta pubblicità
la sceglie lui modificando il progetto, e con pieno diritto, dal momento
che la paga migliaia o milioni di euro. Non si vedono in giro belle pubblicità?
Come no, altrimenti tocca cambiar mestiere. La pubblicità della
Esselunga è un esempio di "buona" comunicazione.
Non è una campagna recente, ma in provincia - là dove non
ci sono i supermercati Esselunga - non è mai arrivata e forse per
qualcuno è una novità. Ho chiesto alla Armando Testa
l'agenzia che ha curato la comunicazione del materiale. Dopo una
settimana sono arrivate alcune immagini formato jpg, e anche il saggio
consiglio di visitare il sito della Esselunga. Cordiale professionalità.
Le buone campagne lasciano poco spazio al commento, sono immediate, fanno
capire le loro intenzioni (un certo modo di comunicare) mentre leggi i
testi e osservi le immagini. Spiegarle è un po' come spiegare una
barzelletta. Il gioco (perché di questo si tratta, e volutamente,
e finalmente) è "subito giocato", nei titoli ironici,
negli accostamenti tra oggetto (il prodotto) e personaggio. Possiamo dire
che è un linguaggio "sottile" per indicare che ha un
discreto spessore ironico.
Va comunque sottolineata la bravura dell'art e del copy, specialmente
nel ritrarre i personaggi con un paio di elementi: il prodotto (l'oggetto
della comunicazione) e un accessorio del vestire che meglio caratterizza
quel personaggio. Il più delle volte sono cappelli. Fino agli anni
Sessanta, il cappello faceva parte del normale abbigliamento, più
maschile che femminile (il capellino quotidiano era tramontato qualche
decade prima). Il personaggio rimanda per una qualche somiglianza fonetica
al nome del prodotto, e attraverso scarti, zeppe, scambi di vocali e consonanti,
associazioni e assonanze, ecco pronti Rapanello Sanzio, Ponzio Pelato,
Vincent Van Coc, Piero della Franpesca. Aglio e Olio, Al Cacone, Re Salamone.
Raffaello Sanzio è uno dei ritratti più riusciti: il suo
copricapo è subito identificabile, come se all'epoca lo indossasse
solo lui; anche il capello lungo e morbido sembra un copyright del pittore
urbinate. Il cappello di Piero della Francesca fa pensare a Federico da
Montefeltro; d'altronde, che sarebbe il duca senza la pittura del geniale
Piero? Per Vincent Van Gogh occorre aggiungere un paio di pennelli al
cappello di paglia, a mo' di matita sull'orecchio.
A pensarci bene, siamo riassumibili con poco, eppure ci riempiamo corpo
e anima di superfluo, di eccessi. Strabordiamo, nella carne e nell'invadenza
"culturale". La nostra civiltà è migliore di altre,
disse un arcoriano, che, se dovesse essere lui un testimonial per Esselunga,
sarebbe un sorriso porcellanato, punto e basta, ma poi verrebbe meno il
sorriso nostro.
Facile trovare uno straordinario musicista con il limone/lemon. E se il
mitico John Lennon aveva indossato berrettoni da marinaio nordico, occorrono
gli occhiali rotondi e piccoli, neri pece, per farne un veloce e somigliante
ritratto.
La campagna di Esselunga è una comunicazione creativa, che diverte,
riconoscibile nello stile, semplice (che è una qualità)
negli svelamenti immediati dei personaggi. Una comunicazione "pulita".
Già, si tratta pur sempre di cibo, quindi è condizione necessaria.
Igiene mentale, anche. Al di là del fatto che la spesa bisogna
poi portarla dalla tavolozza, o Esselunga che sia, alla tavola. E qualche
volta i conti non tornano. Raffaello Sazio, chi era costui?
mdn
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