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Che cos'è
un souvenir? La risposta non è semplice. Un souvenir è sì
un oggetto ricordo di qualcosa, di solito un viaggio, una vacanza (e fin
qui ci si muove sull'ovvio), ma è anche un bel po' d'altro, non
riassumibile con una definizione merceologica. Pure una bomboniera è
un souvenir, ma non c'è viaggio, se non quello di nozze, però
è un'altra situazione Guardo dei souvenir allineati sugli scaffali
domestici. Sono oggetti trasformati in souvenir. Nel loro luogo d'origine
avevano una funzione; qui, nella stanza, non ce l'hanno più. Ovvio
che dipende dal tipo di oggetto: una penna-souvenir delle isole Ebridi
(non so come sia, ma è un esempio) non smette di essere una penna,
da utilizzare. I pesi impilabili di una stadera portatile, acquistati
in Guatemala, non servono (fermacarte? in una stanza senza vento?) se
non ad essere un ricordo di viaggio. Il bello è che uno non va
dal ferramenta per comprare ricordi di una vacanza, però acquista
materiale da ferramenta al mercato di Chichicastenango perché l'esotismo
del turista confonde le idee. Il souvenir, a casa, diventa un soprammobile,
usurpando la funzione sociale di quest'ultimo. Il vero soprammobile decora,
senza impronte d'avventura. Il souvenir è più chiacchierone,
ambisce al racconto.
Così, tra un souvenir e un ricordo (pensiero), per carpire qualche
riflessione attendibile, mi sono fatto guidare da un antropologo del viaggio
(o del turismo): Duccio Canestrini. Ha scritto un libro ad hoc: Trofei
di viaggio. Per un'antropologia del souvenir. Editore: Bollati Boringhieri.
Ricopio fedelmente l'inizio, intitolato Prologo Piccoli mostri parlano.
Che
cosa sia un oggetto ricordo è una domanda che mi sono posto
per la prima volta, qualche anno fa, all'acquario di Tahiti. All'uscita
del tunnel di plexiglas trasparente, costruito per camminare sotto
il mare e fare fish-watching, un gruppo di anziane turiste assediava
il bancone dei souvenir. Prorompendo in esclamazioni ora querule ora
melliflue, quella comitiva si contendeva uno scampolo. Era un vassoio
in plastica, raffigurante due ragazze, due veneri tahitiane, tratte
da u quadro di Paul Gauguin. Sul retro, il vassoio recava una minuscola
scritta in rilievo: made in Italy. Dunque per quelle signore statunitensi
un vassoio stampato in Italia, raffigurante due ragazze locali, dipinte
da un pittore francese, fungeva da souvenir polinesiano. Come mai?
E perché a tutt'oggi, sull'isola di Capri, una statuina in
polistirolo della dea greca Afrodite, fatta a Hong Kong, per un turista
francese, russo o giapponese, può fungere da Souvenir d'Italie? |
Ecco, è
proprio questo scollamento geografico che lì per lì disorienta,
perché toglie originalità al prodotto, non più (o
non totalmente) "locale". Ma il turista legge le etichette di
provenienza, forse commenta questa "globalizzazione della vendita",
e va oltre il confine dell'autenticità. Non gli importa, fa il
suo acquisto lo stesso. Dopo tutto, quel vassoio sta lì, sta a
Tahiti e di Tahiti avrà la polvere, la luce, gli odori.
La globalizzazione della vendita è in ogni cosa che usiamo, consumiamo.
Il made in Italy calzaturiero prodotto in Ungheria, ad esempio, è
un made in metà. Il souvenir non si sottrae alle leggi del consumo,
è un prodotto prima ancora di essere un ricordo. Anzi, il ricordo
è un prodotto e come tale va progettato, realizzato, incartato,
spedito e acquistato.
Una distinzione comunque c'è tra un oggetto che viene acquistato
al mercato locale e un oggetto che nasce per essere esclusivamente un
souvenir (anche se esistono souvenir con una loro funzione, tipo accendini
o penne o portachiavi, che non sono cioè soprammobili). Una gondola
che funzione pratica può mai avere? E' puro simbolo.
La sfera di neve resta, a mio parere, il souvenir può strano, con
un suo discreto fascino, perché non è tanto il monumento
(o il santo) che in essa è contenuto a dare una qualche sottilissima
emozione, ma è la neve, quel pulviscolo che la imita nel movimento,
e che viene giù lentamente dopo un paio di nostre rigirate. Ci
sono palle di neve con dentro paesaggi tropicali. Che importa, non è
il paesaggio quello che conta, ma la neve che noi facciamo cadere. Senza
nulla a contorno, neve e acqua e basta, non sarebbe lo stesso; su qualcosa
deve comunque nevicare. E a guardar nevicare, dentro un cielo rotondo
di vetro, ci si incanta. Questo incanto so pensarlo, ma non so dire perché.
L'etimologia di souvenir è interessante e molto confortevole. Da
Trofei di viaggio leggo che "souvenir deriva
dal verbo latino subvenire, che in forma transitiva significa accorrere
in aiuto. Lo stesso verbo, da cui proviene anche l'italiano sovvenire,
in forma intransitiva significa tornare a mente, venire alla memoria,
ricordarsi. Rimane implicita la convinzione che il ricordo, così
come l'oggetto che lo risveglia, soccorra, venga in aiuto, sia utile,
serva a qualche cosa".
A che cosa? Forse a ritrovare il filo delle nostre emozioni, a riappropriarci
del patrimonio affettivo che abbiamo costruito nel nostro "andare".
Forse a salvare ciò che potrebbe disperdersi nel tempo (nella sua
polvere). Quando il souvenir diventa dono (sia pure kitsch) non sempre
è trofeo; può anche significare un condividere con un altro
la meraviglia di un momento, che oggi è ricordo di ciò che
è stato e quando è stato era ricordo dell'altro.
La memoria, dunque, ci aiuta. Può salvarci (altrimenti perché
chiediamo aiuto?). Qualche anno fa ho comprato a Gerusalemme un piccolo
piffero a doppia canna. Il venditore, un palestinese, lo suonava con maestria.
Io non riesco a cavarne una nota che non sia un suono stridulo. Ma non
importa. Quel palestinese costruiva semplici pifferi a canna doppia per
i turisti, souvenir non strumenti musicali. Ho comprato anche quaderni
in un negozio nel quartiere ebraico ortodosso, sempre a Gerusalemme. Quaderni,
trasformati poi in souvenir. Ora, vorrei riconsegnarli, quaderni e piffero,
per riportarli ad una origine impossibile, ad un subvenire, ad un accorrere
in aiuto. Ma sono ricordi che non servono a niente. Quando si torna a
casa, dopo una vacanza o un viaggio, il nostro sacchetto duty-free è
rigonfio di souvenir. Alla dogana aeroportuale transitiamo tra quelli
che non hanno nulla da dichiarare. A casa, alcuni souvenir vengono allineati
sugli scaffali, altri rimangono nella loro confezione regalo in attesa
della distribuzione.
Ogni tanto, qualche souvenir cade e si frantuma. Una statuina è
sopravvissuta per merito dell'Attac, un vasetto invece è troppo
in cocci e va buttato. C'è chi crede che la vita sia un "viaggio".
Non so. Ho però l'impressione che non ci siano souvenir da mettere
nel bagaglio della quotidiana e normale esistenza. Subvenire è
una lingua morta.
MDN
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Piffero
palestinese |

Quaderno
israeliano |
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