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Oggetti
smarriti. Dimenticare qualcosa in treno, al tavolo di un autogrill,
sopra una pompa di benzina, in un bagno. Oggetti perduti. Perdere
qualcosa dalle tasche dei pantaloni, dalla borsa chiusa male.
Una sottile differenza tra le due situazioni c'è. Smarrire è
dimenticare, e quindi è creare un (voluto?) distacco tra la cosa
smarrita e noi. Come dire: un po' ce ne siamo fregati.
Perdere è più una frattura, una lesione che separa la cosa
perduta e noi. Ho preso il fazzoletto e m'è caduta l'agenda elettronica
formato card. Sottili differenze linguistiche che non modificano la natura
degli eventi: quella cosa lì ora non ce l'ho più, cavolo!
Succede. Lì per lì è uno strappo, quasi una mancanza
incolmabile. Poi la rabbia sfuma nella consolatoria battuta: pazienza.
Quando un oggetto diventa un oggetto smarrito smarrisce anche il suo essere
oggetto. Sembra un giochino di parole, però è così,
altrimenti quell'oggetto che non c'è più verrebbe subito
rimpiazzato con uno uguale per dimensioni, peso, colore, funzioni. Invece,
prima di ricomprare, bisogna attraversare la nostalgia, il rimpianto.
E quindi, ad un oggetto smarrito diamo sensi e allegorie che prima non
aveva. Il suo non esserci si fa subito ricordo ed emozione. "Ci ero
affezionato". L'effimero come sentimento? Meglio di no. Resta il
fatto che quando perdiamo qualcosa ci assale un moto di stizza. Anche
se si tratta di un accendino da un euro, quasi scarico, dimenticato sul
bancone di un bar, nella premura di una sigaretta alla caffeina. Certo,
ben diverso è il moto dell'animo se dovessimo smarrire il portafogli,
con dentro tutta la nostra identità anagrafica e bancaria. Se poi
la seconda è abbondante, ci scappa una litania poco garbata.
In questa rubrica che parla di oggetti, di cose che in qualche modo esistono
e possono anche essere misurate e pesate, l'oggetto smarrito quasi si
perde, si disorienta, si smarrisce. Che ci fa un oggetto smarrito in una
rubrica così? E' che l'oggetto smarrito diventa, non troppo paradossalmente,
simbolo di rimembranze; è la nostra icona del passato che rassicurava
il presente. Se poi questo oggetto l'avevamo avuto in regalo/eredità,
tipo: "era della mamma", oppure: "apparteneva a mio padre",
allora pochi grammi di plastica, qualche centimetro di lato per lato,
evolvono in simulacri esistenziali. Una parte di noi se n'è andata,
chissà dove.
All'opposto dello smarrito c'è il ritrovato. Non sempre, ma esistono
buone probabilità che qualcuno ritrovi il nostro prolungamento,
lo consegni ad un Ufficio Oggetti Smarriti (una sorta di UOS ospedaliera).
Le stazioni ferroviarie in genere hanno questa stanza dell'accoglienza.
Anche l'internet ha aperto parecchi reparti del rifugio. A scorrere l'elenco
delle cose perdute (senza scomodare Proust o De Andrè) c'è
da incantarsi.
Gli oggetti quotidiani, a forza di usarli, buttarli di qua e di là,
è abbastanza normale che uno poi se li dimentichi o li perda per
strada. Ma quando dimentichiamo la valigia o il cappotto, il portatile
o un regalo infiocchettato, forse abbiamo già perso qualcosa della
nostra vivacità.
E' quasi banale, ora, approfittare dello smarrimento, della perdita, per
ribaltare il soggetto/oggetto in soggetto/persona. Sarà quasi banale,
ma quando lo smarrimento è della ragione, quando la perdita è
del senso, quando un junior qualsiasi (attualmente presidente) sta decidendo
di far "perdere la vita" con embarghi e bombardamenti, con la
scusa di un fuorilegge latitante, suo ex compagno d'affari, quando l'oggetto
smarrito è l'uomo, non c'è UOS che tenga.
Tale Orlando il senno lo ritrovò sulla luna. Ci sono già
stati, i cowboys spaziali, sulla luna, ma era, ed è, un romantico
satellite disabitato. mdn
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