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Orologi.
I settimanali sono pieni di pagine pubblicitarie di orologi. Sarà
il periodo. Anche se c'è sempre un periodo giusto che ci rende,
in qualche modo, targettizzati (bersagli colpiti dalla merce).
Solo una marca offre un superpiatto ad un prezzo che non supera le duecentomila
(lire); gli altri orologi vanno dal milione (lire) in su. Orologi in quantità,
per pochi clienti. Ci sarà pure un motivo. Anche Segnal'etica si
lascia prendere dalla tentazione di scrivere di orologi, per rintracciare
un qualche ragionamento su questa "cosa" che segna, scandisce,
batte, indica e fa trascorrere il tempo. La nostra convenzione del tempo,
ovviamente. Il tempo, quello che potrebbe essere scritto con la T maiuscola,
non ho mai capito cosa sia, e mi disorienta.
Nella vetrina di Segnal'etica ci sono cinque orologi. Il primo è
personale, quindi interessa nessuno. Il secondo orologio ha il quadrante
disegnato da un artista, Mimmo Paladino, ed è un assurdo pezzo
da collezione. Il terzo l'ha dipinto Salvator Dalì e non è
in produzione. Il quarto orologio forse è il più bello perché
è costruito con javascript: linguaggio informatico al posto delle
rotelle e del bilanciere. L'ultimo è un orologio della stazione
di Bologna, bloccato nella sua drammatica ora, quando il 2 agosto del
1980, alle 10 e 25 esplose una bomba e fece una strage.
Cinque oggetti, cinque "cose", che sono segni di una emozione,
di una mania, di una idea, di una genialità, di una fosca realtà.
Messi insieme, riassumono discretamente un'esistenza (con molte necessarie
metafore).
L'orologio personale. E' un regalo
di mio padre (era orologiaio, e questo spiega, in parte, la tentazione).
C'è un momento (o c'era?) nella vita di un adolescente che viene
identificato come la "crescita", il diventare più grandi,
e allora il dono (in occasione di un compleanno, giorno adatto alla conta
degli anni) è una sorta di riconoscimento del "ciò
che sei diventato". Cioè: un "ometto". Un orologio
misura il tempo, ma anche l'età (non sarà la stessa cosa?
Credo di no). Quando si diventa "ometti", ricevere in regalo
un orologio serio, con la carica manuale, da starci attento perché
ha un certo valore, è come una riflessione del se stesso, però
fatta dagli altri. Sono gli altri che, ad un certo momento della tua vita,
decidono che hai le sembianze di un "ometto". E un bell'orologio
scansa la fionda. Il tutto, tre decadi e mezzo fa (sembra: scusi, che
ore sono?). L'orologio personale è un Vetta, ovviamente meccanico,
con doppio coperchio di cassa, in acciaio (una "ricchezza" per
un orologio da polso), e cinturino stretto (una stranezza, riservata agli
orologi da donna). Ancora funziona.
L'orologio di Mimmo Paladino è
uno Swatch. Graficamente semplice, però nell'insieme è bello.
Sarà per una certa "africanità". E' stato subito
concepito dagli strateghi del marketing come un oggetto di "culto".
Qualche centinaio di esemplari, regalati ai vip del mondo. Ho scritto
culto tra virgolette. Con il programma di scrittura ne cerco i sinonimi:
religione, venerazione, cerimoniale, dedizione, liturgia, rito, adorazione,
amore, rispetto, riguardo, attenzione, estrema cura, mania.
Un po' eccessivo anche per un orologio, e pure di plastica. Registro l'ultima
parola: mania. Nelle aste, l'orologio di Paladino è stato venduto
per una settantina di milioni (lire). Cerco i sinonimi di mania. Il programma
indica: fissazione, ossessione, chiodo, alienazione, follia. Quest'ultimo
sinonimo mi pare azzeccato.
L'orologio molle di Dalì è
straordinario. Molle. In italiano ne viene subito fuori un omografo: le
molle che stanno negli orologi e servono, dopo essere state caricate,
a far funzionare il meccanismo. Molle equivale a floscio, deformabile.
Però questa uguaglianza grammaticale non c'entra. L'orologio molle
è anche terribile, a guardarlo trasformato in un mollusco marino
(mitile), angolato dal bordo di una superficie. Eppure, dà l'impressione
di non essere un orologio inservibile, come certi enigmatici oggetti di
Man Ray. E' comunque un orologio, che segna il tempo, e poiché
un orologio nel meccanismo e nella sua forma rappresenta
anche il tempo come storia, forse un orologio così scandisce la
sua epoca deforme, inconsistente, molliccia. Orologio contemporaneo.
L'orologio in javascript mi meraviglia,
nel suo essere un meccanismo che prende forma e ritmo per combinazione
di segni e parole. Un orologio che vive in perfetta simbiosi con l'orologio
del computer (non potrebbe funzionare se questo non ci fosse). Non è
un parassita; lavora di suo per darvi la sua parte di spettacolo. Ha un'esistenza
legata al virtuale puro: si può vedere in collegamento diretto
con l'internet o con la simulazione online di un programma per pagine
web. Nel'internet (detto così sembra un girone dantesco) se ne
trovano parecchi di orologi in javascript . Si scaricano gratis.
Il quinto orologio fa fermare tutti gli altri, anche se è
lui a stare fermo. Stazione di Bologna, 2 agosto 1980; giornata calda,
di grande movimento. Ore 10 e 25: un'esplosione con un boato da bombardamento;
mezza stazione crolla. Una bomba fascista. Ottanta i morti e migliaia
i feriti (italiani e stranieri). Gli esecutori materiali (due fascisti)
stanno in galera da vari anni. La responsabilità politica, invece,
è latitante. Ho sempre avuto l'impressione che quell'orologio stesse
fermo alle 10 e 25 da quella volta, e per sempre. Estate 2001, scoppia
(per fortuna è una metafora) una polemica: il sindaco e la giunta
comunale (centro destra) vogliono che l'orologio della stazione torni
a funzionare. Molte sono le proteste. Sarebbe come cancellare una parte
della storia di Bologna e dell'Italia. L'orologio non è più
un orologio, ma un simbolo; parlare di meccanismi che di nuovo tornano
a scandire il tempo (in una stazione sono partenze) è considerare
quel simbolo un normale orologio, pratico, ma orologio in sé. Ho
sempre avuto l'impressione (non sono il solo) che quell'orologio stesse
fermo alle 10 e 25 da quella volta, e per sempre. Invece fu presto riparato;
segnò l'ora esatta per ben quindici anni, fino al '95, poi il tempo
quello che produce polvere, umidità e scorie fermò
il tempo meccanico. Il sindaco e la giunta di quegli anni (centro sinistra)
proposero una "memoria" alle vittime della strage: lasciare
l'orologio fermo, da quel momento a sempre, con le lancette alle 10 e
25. Così è stato. Per sei anni. Ma è difficile il
concetto del "sempre" (che è un po' come l'infinito).
Qualcuno ha giustificato il "ridare la carica" con il fatto
che i viaggiatori si sbagliavano guardando un'ora che non era l'ora locale.
Giustificazione poco educata, che tratta da fessacchiotto il viaggiatore.
E' come guardare la statua di Garibaldi a cavallo e aspettare che l'eroe
smonti. Alla fine, dopo articoli sui giornali e polemiche verbali, l'orologio
è di nuovo fermo alle 10 e 25, di nuovo simbolo di un'Italia bastonata
a morte dalla reazione più immonda e oscura. Bologna città
era anch'essa simbolo di un perbenismo democratico, di un benessere più
o meno socializzato, comunque "città di sinistra", e
bisognava colpirla. Invece di bruciare la bandiera comunale (altro simbolo,
al di là della retorica campanil-patriottarda), che sarà un gesto forte ma non ammazza nessuno, decisero (chi? Sempre loro, anche
se: chi?) di far saltare la stazione e quanti si salutavano per un viaggio
impensabile.
E' regola, per gli orologiai, mettere le lancette alle dieci e dieci quando
l'orologio è fermo. Si potrebbe cambiare con 10 e 25? In fondo,
basta solo spostare e di poco la sfera dei minuti.
MDN
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