| Oggetto/Soggetto 06 | S'E [in copertina |
| Scriviamoci (sopra) |
| Bomboletta
spray. Contenitore cilindrico, d'alluminio, con bordi di tenuta alla
base e alla sommità, cupoletta e valvola erogatrice, coperchio di
plastica. Dentro una bomboletta dovrebbe esserci il 97% di prodotto attivo
e il 3% di propellente (che serve a spruzzare il contenuto). Il propellente
dovrebbe essere anidride carbonica, che non è infiammabile e non
subisce alterazioni con il freddo o il caldo. L'oggetto-soggetto in questione è la bomboletta da utilizzare per scrivere o dipingere sui muri. Oggetto da design proprio no, ma oggetto cult di sicuro lo è. Solo a guardarla una bomboletta comunica subito il suo contenuto ideologico. Andy Warhol l'avrebbe probabilmente serigrafata, a ripetizione, come fece con il dollaro e la coca cola, ma quelli (al tempo di Warhol) erano anni tutt'al più da pennellessa. Io appartengo alla generazione della pennellessa. Mai utilizzata una bomboletta per scrivere o disegnare su un muro. Ragioni d'epoca. La bomboletta coinvolge (solo gli utilizzatori?) perché mette in movimento un fare, o almeno un'idea di azione: viene voglia di spruzzare, stringendola nella mano. Per l'occasione (qualche riga da scrivere), ne ho una sul tavolo. Il color spray rimanda ovviamente ai graffiti sui muri, sulle carrozze dei treni. Se ne vedono più pochi. E' passata? Tornano, dopo i fatti di Genova (luglio 2001), gli slogan politici sulle facciate dei palazzi. Invadono il campo (non metaforicamente) le scritte delle tifoserie di calcio. C'e n'è una, sul muro del campo sportivo della mia città, che, ogni volta che la vedo, mi stupisce: "Benvenuti bastardi". Sembra un ossimoro, per quella sua accoglienza gentile e il suo brutale insulto. Le tifoserie, dunque, ancora scrivono, e qualche studente urla il suo "Elisa ti amo". Col tempo, "Andrea sei bono" s'è sbiadito per la muffa umida del sottopassaggio. Oggetto dell'imbrattamento, la bomboletta: così la vedono i contrari. Molte strisciate, in effetti, sono gestualità a scarabocchio, che non dicono nulla, se non una relazione tra sé stessi e ciò che sta davanti (una facciata, un cassonetto) non proprio carezzevole. Meglio urlare con la voce. Colora l'aria e poi si diluisce, per altre urlate liberatorie. Oggetto
del sé, un prolungamento fisico e mentale: così la vedono
- credo - quelli che la usano. Comunque, oggetto della sovversione, per
tutti. Anche quando il graffito merita attenzione. Una sovversione che per
i "bravi" è stata in molti casi imballata alla volta di
una galleria trend o di un museo d'arte contemporanea.Osservo la bomboletta sul mio tavolo. La scuoto. Sfrigolio del contenuto. Agitare bene prima dell'uso. Bomboletta coma matita: mi viene in mente Keith Haring. Inevitabile. A Torino, nel febbraio del 2000, c'è stata una mostra: "Pittura dura. Dal Graffitismo alla Street Art". Ci deve essere una differenza se il titolo evidenzia questo andare da una all'altra. I graffiti sono quelli che stanno fuori - i lunghi recinti a muro delle stazioni sono (erano?) gli spazi preferiti, così come le carrozze dei treni. L'arte di strada è probabile che si realizzi dentro uno stanzone (lo studio) e della strada, del fuori, coglie e raccoglie lo stile, le tecniche pittoriche. Si fa il nome (per lo meno nella mostra di Torino) di Jean-Michel Basquiat, un maledetto ("bruciato" a ventisette anni) dal segno infantile, irrequieto. Qualche riga di memoria è necessaria, per mettere la bomboletta in azione, in un luogo e in un tempo precisi. Il luogo è New York. La data è il 21 luglio 1971, il giorno in cui il New York Time dedica un articolo a Taki 183, un diciassettenne di origine greca che per primo ha segnato la città di New York con un pennarello scrivendo ovunque il suo nome/sigla Taki 183. In poco tempo, il pennarello ha lascito posto allo spray, una semplice sigla si è allargata fino a divenire grandi e saettanti decorazioni e poi veri e propri murales. C'è una contraddizione in un nome/sigla: da un lato il bisogno di esistere mettendo un'impronta su un muro o su un vagone, dall'altra il rinchiudersi nell'anonimato di una sigla; a rivederla, quella sigla, il giorno dopo, sai che sei tu, ma non puoi dirlo con il tuo nome e cognome. Una sigla che non ti mette a nudo è come la sostanza della bomboletta: aerosol, se la spruzzi in aria vola via; diventa colore se impatta con una superficie. I primi graffiti erano, come sappiamo, sigle/nomi. Una sigla/nome coinvolge - nel breve tempo dell'operazione - più la scrittura che la pittura, intesa come immagine di qualcosa. Forse per è questo che i gruppi (i "crews") delle bombolette preferivano chiamarsi "writer". Scrittura pittorica, comunque, la cui esasperazione decorativa finiva, volutamente, con il confondere firma e immagine, lasciando sulla superficie una decorazione d'effetto. I writer erano prevalentemente neri o ispanici della periferia urbana. Avevano un abbigliamento che li distingueva e, ugualmente, li rendeva comuni, quindi abbastanza anonimi. Il writer danza al ritmo lagnoso, sia pure graffiante nei testi, del rap. Osservo di nuovo la bomboletta e penso alla sovversione. Ad una bella scritta su un muro. Specialmente in questi giorni (i "fatti di New York", basta solo questa battuta per capire di quale storia si tratta). I muri di cristallo e acciaio, al Trade World Center, sono crollati. Con meno polvere, ma con uguale dolore personale, sono crollate le case di Nablus. Non c'è metafora. Si potrebbe allora trovare un muro-muro, scegliere la luce del giorno (anziché la notte, come i writer), a viso scoperto, chi in cravatta chi in t-shirt, e insieme, "armati" di bombolette, scrivere un bel "vaffanculo guerra" in tutte le lingue del mondo. Chissà. Intanto scuoto la bomboletta. |
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