O G G E T T O S O G G E T T O
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Paese che vai, gioco che trovi. Ci spostiamo (molto virtualmente) in Giappone. Il gioco nazional-popolare è il pachinko (leggi: pacinco). A noi di Segnal’etica interessa, più che altro, il pachinko-design, l’oggetto-soggetto pachinko. E anche tutto ciò che attorno ad esso può fare “buon gioco” alla nostra curiosità. A sentire chi, da occidentale, è stato nelle sale gioco nelle quali si passa il tempo (e passa anche il denaro ) davanti ad un pacinko, l’impressione che se ne ricava è: un frastuono da Formula Uno mescolato ad un luccichio da Las Vegas.
“Tant’è che la maggior parte dei giocatori la vedi con il walkman incollato alle orecchie. Chi ne è sprovvisto, si mette nelle orecchie le palline d’acciaio del gioco. Per coprire in parte il rumore, viene diffusa musica da discoteca.”
Ce lo racconta un testimone d’eccezione: Hideaki Kawano, designer, progettista di molti “infernali” pachinko. Il suo italiano è correttissimo, nella grammatica e nella pronuncia. Kawano lavora per il Design Club International, la cui sede è vicino a Tokyo, ma vive nelle Marche, a Macerata. Qui è socio di un’agenzia di pubblicità, l’Iceberg. Ecco il perché del suo perfetto italiano e della nostra possibilità di scambiare quattro chiacchiere reali, vis à vis.
Pachinko è nome onomatopeico. “Pacìn” equivale al suono prodotto dallo schiocco delle dita in maniera ripetuta, velocemente. Tanti schiocchi, a farci sentire le palline d’acciaio che battono sulle fila di chiodi che costruiscono il percorso di gioco. “Ko” è un diminutivo”. In italiano sarebbe: uno schiocchino.
Le sale con i pachinko le abbiamo viste in qualche documentario. Il pachinko è una sorta di flipper verticale, alto 80 centimetri e largo 50. E’ un gioco che avrà più o meno cento anni; prima era ovviamente solo un batter di chiodi dentro una struttura di legno. Oggi, c’è un microprocessore che regola luci, suoni e combinazioni di gioco. Viene considerato un gioco d’azzardo, sia pur legale, per questo è vietato ai minori di 18 anni.
Il gioco, spiega Kawano, consiste semplicemente nel lanciare palline d’acciaio dentro alcune buche, accumulare punteggio e vincere palline d’acciaio, con le quali giocare ancora o cambiarle con “cose” di vario genere (dipende dal numero di palline vinte: si va dal televisore al peluche). Lanciare le palline non è però operazione semplice. Occorre destrezza di mano e di polso. L'abilità del giocatore sta nel solo colpo d'avvio. In sintesi, questa è la procedura: con 100 yen si comprano 25 palline (mediamente), le quali vanno messe dentro un piatto inclinato; queste scivolano fino ad una buca, poi vengono colpite da un martelletto la cui potenza di battuta è regolata dal giocatore attraverso una manopola. Il martelletto colpisce ad un ritmo di 2 colpi al secondo. Le palline schizzano via lungo un percorso segmentato formato da vere e proprie staccionate di chiodi. Se si è sfortunati, in 12 secondi tutto finisce; ma in genere qualche pallina entra in buca e si rimediano altre palline, e così via. Sulla superficie del pachinko sono dislocate simmetricamente dalle 6 alle 8 buche, dentro le quali si entra oppure si attraversa.
  Quando una pallina va nella buca centrale viene azionato un meccanismo tipo slot macchine: se esce un tris di figure si apre una buca chiamata “fever"; questa buca si apre quindici volte e ogni volta per 6 secondi; diventa più facile andare in buca e allora sì che si vincono un bel po’ di palline. Le palline vinte vanno a finire in un apposito scomparto; l’eccedenza si mette in una scatola esterna. Frastuono di palline sui chiodi, luci sonore ogni volta chi si va in buca, musica da discoteca tutt’intorno e, per contorno, nuvole di fumo. Il pachinko è accessoriato con posacenere. Le nostre sale da gioco, al confronto, sono oasi tranquille.
Un personaggio estremamente importante, dice Kawano, è il kughishi. “Kughi” vuol dire chiodo, “shi” è come il nostro suffisso “tore”. Il kughishi sarebbe il “chiodatore”. Figura importante perché non solo raddrizza i chiodi, ma ne decide le impercettibili inclinazioni, che determinano poi la traiettoria delle palline. Il che significa che è stabilito precedentemente quale pachinko darà maggiori occasioni di vincita e quale no. Sempre che il lancio sia azzeccato. E’ quello che accade anche alla ruota della roulette. Se il banco vuole vincere è bene che ogni tanto perda. Sono le regole del gioco, che se ti prende ti trasforma in un individuo senza più regole. Facciamo l’ipotesi che abbiamo vinto una discreta quantità di paline; le depositiamo dentro un conta-palline, ritiriamo uno scontrino e andiamo a scegliere il premio corrispondente al numero vinto. Possibile che un giocatore incallito si accontenti di un peluche o di un walkman? Nelle vicinanze della sala gioco c’è sempre un cambia-premi. Gli diamo il nostro peluche e in cambio riceviamo denaro. Questa specie di negozio è in genere chiuso allo sguardo, c’è solo una fessura attraverso la quale avviene lo scambio. Il più delle volte questi soldi si trasformano in palline d’acciaio. Non esiste un giapponese che, dai diciotto anni in su, non abbia giocato almeno una volta al pachinko.
Ci siamo sforzati di trovare in questo gioco una qualche riflessione zen, una mossa da samurai; per il momento non abbiamo trovato altro che puro gioco, sfrenato, eccessivo (lo deduciamo dai racconti di Kawano), ma non troppo diverso dai primi games che abbiamo regalato ai nostri figli o nipoti; una uguaglianza soprattutto nelle ripetitività dei gesti, nell’andare in buca senza una storia dietro. Un insistito schioccare di dita (un pacìn, appunto). Uno stordimento. E il pachinko questo stordimento lo mostra anche nella sua grafica multicolore, nelle forme dei percorsi, nella sovrapposizione di geometrie tridimensionali di plexiglas, nella combinazione del suono-luci. La decorazione è totale. Ricorda gli ornamenti del luna park. Non c’è angolo che non sia colorato, rialzato, bombato, illuminato, musicalizzato. E’ indubbio che ci voglia parecchia fantasia, ma anche molta logica (per il percorso). Kawano mette in funzione il suo pachinko. Un crepitio assordante invade la stanza. Moltiplicalo per cinquecento e avrai l’essenza del pacinko, dice Kawano. Proviamoci. E’ come mescolare terremoto e vulcani in eruzione. Alla fine, il silenzio di un giardino di sabbia e rocce. Ma queste similitudini sono blande fantasie occidentali. L’oriente è davvero mille anni luce lontano da casa.
MDN