F O T O G R A F F I A R E Le immagini che lasciano il segno (02)

S'E [in copertina

 

 

 

 

Sfoglio il calendario di Sebastião Salgado più volte, come fosse un libro illustrato. Tredici fotografie (dodici mesi più la copertina). E' davvero una storia che turba quella che il fotografo brasiliano ci racconta.
Il calendario l'ho comprato: 30.000 lire, spese di spedizione incluse. Lo vende l'associazione laica Amani, il cui presidente, padre Renato Kizito Sesana, "è un giornalista da anni impegnato a fianco delle popolazioni africane della Guinea Bissau, dello Zambia, del Kenya e del Sudan. La sua attività si svolge nelle comunità rurali, accanto alle vittime di guerra, nelle periferie delle grandi città, insieme ai giovani, nelle redazioni di giornali e riviste. La profonda convinzione di Amani è che la circolazione di idee, la più vasta possibile, lo scambio di esperienze e la comunione di impegno con la gente locale siano fondamentali per favorire e contribuire allo sviluppo, alla pace e a una giustizia duraturi".
Amani, in kiswahili, significa pace.

Le foto di Salgado sono bellissime. E dolorose. Guardo la foto scelta per il mese di febbraio: c'è un uomo che dorme, due uccelli svolazzano accanto, c'è una donna che ci osserva (osserva Salgado, ma è lo stesso) in posa austera, un viso dignitoso e bello; si trovano di fronte al mare, sembrerebbe su un molo; sullo sfondo la città si segmenta in un profilo di grattacieli. La didascalia spiega la situazione: India, Bombay, 1995. Marina Drive: qui molti poveri scelgono di dormire per trovarsi già sul posto il giorno dopo, quando verrà distribuito il cibo.
Bombay ha cambiato nome, si chiama Mumbai, in onore della dea hindu Mumba. Il suono è lo stesso, come identica sarà la scena dell'attesa per il cibo.
Guardo la foto. C'è un turbamento in più. E' la bellezza dell'immagine. Così perfetta nella sua composizione, nella sua luce filtrata sulla pellicola dall'obiettivo (diaframma e tempo di posa in equilibrio tecnico). Ed è questo il rischio dell'arte: spostare la miseria nel sublime. Tant'è che per un mese l'avrò (l'avrete, forse) sotto gli occhi e mi fermerò spesso su questa immagine. Salgado è un grande reporter, e allora la sua istantanea da cavalletto (quasi un en plain air) diventa storia quotidiana, condizione umana. Ma, con il mio occhio europeo, non riesco a cogliere la normalità della scena (situazione), per me straordinaria. in India, invece, la vita mendicata, raccattata, elemosinata non stupisce nessuno. E' la vita di ogni giorno, per milioni di persone. Salgado coglie un evento normale e ce lo restituisce trasformando la normalità in un evento, ecco perché la sua foto sovverte ancora di più la "mia" normalità. Solo i grandi artisti ne sono capaci.
Questo calendario ha un titolo: "In cammino". Sono scene di migrazioni, di fughe. Ma c'è una sorta di attesa negli accampamenti dei profughi che fa sparire la possibilità (o la necessità) di un andare altrove. E poi, verso dove?
I poveri di Mumbay si spostano verso Marina Drive, ma forse non lasciano alcun luogo, poiché la loro dimora varia a seconda della pioggia, del caldo, del traffico. Il fatto che arrivino a Marina Drive in anticipo mi fa supporre che non tutti i giorni ricevano del cibo. Altrimenti, sarebbe un mendicare stanziale.
Al di là del molo, la città, con l'intervallo dei grattacieli, sembra sdentata, come la bocca di un mendicante.

Cambio immagine. La foto di aprile ha un'atmosfera caravaggesca, per quella sua luce di traverso, che entra a raggio dentro un rifugio e illumina un piccolo gruppo di persone, accovacciate a circolo.
La didascalia ci informa che siamo nel Sudan meridionale e quelli che vediamo sono ragazzi diretti ai campi profughi del Kenya settentrionale. Quelli sono profughi, disgraziati, con maglioni laceri, fame e paura dentro, e io accendo un faro teatrale e penso a Caravaggio. E', ancora una volta, la bellezza dell'immagine che mi allontana dal reale? Salgado è bravo e, pur concedendomi una pausa museale, mi porta in quel luogo, con quelle persone, in quella situazione. Il turbamento, quando riesce, non rallegra, non si incornicia. Quando questa foto ripeterà per trenta giorni il turbamento, forse avrò capito qualcosa.
Ho scelto queste due foto perché nelle sequenze di presentazione generale stanno una appresso all'altra. Tutte le foto del calendario sono bellissime. E terribili.





Salgado racconta:
"Ho lavorato fra queste persone per sei anni, in 40 paesi: per strada o nei campi profughi e nelle bidonville dove spesso finiscono. Molti stavano attraversando il momento peggiore della loro vita: erano spaventati, a disagio, umiliati. Però si lasciavano fotografare, perché, credo, volevano si sapesse che cosa stavano passando. Quando ho potuto, ho spiegato loro che il mio intento era proprio quello. Molti si sono addirittura messi davanti alla mia macchina fotografica e le hanno parlato come si parla in un microfono.
"

Passo da una foto all'altra. Tento di immaginare un "attorno" fuori dall'inquadratura della macchina fotografica. Le inquadrature, è inevitabile, selezionano, tagliano, scartano, scelgono; sono settarie. Ma Salgado è capace di mostrarci questo "attorno" anche dentro un frammento.

"Oggi più che mai, sento che il genere umano è uno. Vi sono differenze di colore, di lingua, di cultura e di opportunità, ma i sentimenti e le reazioni di tutte le persone si somigliano. La gente fugge dalla guerra per scampare alla morte, emigra per cercare un destino migliore, si costruisce una nuova vita in terra straniera, si adatta a condizioni proibitive. L'istinto di sopravvivenza dell'individuo domina ovunque. Eppure, in quanto razza umana, sembriamo pericolosamente inclini all'autodistruzione."
Questo "attorno" siamo noi, partecipi o indifferenti. Di certo, colpevoli. Come dice Salgado: Non possiamo permetterci di guardare dall'altra parte.

 

Le foto del calendario appartengono all'agenzia fotografica Contrasto. Ogni riproduzione anche parziale è vietata. Speriamo di non aver infranto le regole.

 


Sebastião Salgado è nato ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, nel 1944. Vive a Parigi. Economista di formazione, svolge questa professione per qualche tempo e a 29 anni comincia a Parigi la sua carriera di fotografo.
Salgado si occupa soprattutto di reportages di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire grandi tematiche di ampio respiro. Dal 1993 al 1999, Salgado lavora sul tema dei movimenti di popolazione nel mondo. Questi reportage sono stati pubblicati, con regolarità, da molte riviste internazionali. Oggi, questo lavoro è presentato nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino.



Amani www.peacelink.it/amani.html