| FOTOGRAFFIARE le immagini che lasciano il segno |
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Una
stanza disadorna, pulita. Finestre una accanto all'altra, con serrandine
tirate giù; una sola finestra è aperta, a scorrimento verticale,
e dà su scale interne dell'abitazione. Al centro della stanza,
un tavolo abbastanza grande. C'è seduto un ragazzo afroamericano,
il capo reclino sul tavolo, su cui non appoggia niente altro se non la
sua testa rotonda e dai capelli tagliati corti. Un listone di legno crea
una prospettiva di avvicinamento. Accanto al ragazzo, due sedie vuote.
Davanti a lui c'è, non inquadrato, Timothy Fadek, fotografo. Il
ragazzo è indifferente alla sua presenza. Probabile che Fadek sia
accompagnato da qualcuno, e anche questo qualcuno non muove l'interesse
del ragazzo, che sta lì, per i fatti suoi, piegato di peso sul
tavolo. Se non fosse che al di qua del suo corpo c'è un fotografo,
e c'è il clic della sua macchina fotografica, e la presenza di
una seconda persona, se non fosse che al di qua del suo corpo c'è
un movimento, sia pur minimo, verrebbe da pensare ad un silenzio estremo.
Eppure è quello che la foto ci porta a pensare. Silenzio estremo,
attorno.
Forse anche dentro la mente del ragazzo c'è una pausa, una di quelle
pause che arrivano dopo una fatica di tormenti. Il ragazzo, come altri
coetanei - che hanno dai nove ai dodici anni - è ospite (meglio
dire: ricoverato?) della Steinway Community Residence, una piccola casa
comunità newyorkese per ragazzi che hanno problemi psichici, a
causa di droga, alcol, violenze famigliari, abusi sessuali; una o tutte
insieme queste disgrazie, in genere offerte dagli adulti. |