FOTOGRAFFIARE le immagini che lasciano il segno

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Una stanza disadorna, pulita. Finestre una accanto all'altra, con serrandine tirate giù; una sola finestra è aperta, a scorrimento verticale, e dà su scale interne dell'abitazione. Al centro della stanza, un tavolo abbastanza grande. C'è seduto un ragazzo afroamericano, il capo reclino sul tavolo, su cui non appoggia niente altro se non la sua testa rotonda e dai capelli tagliati corti. Un listone di legno crea una prospettiva di avvicinamento. Accanto al ragazzo, due sedie vuote. Davanti a lui c'è, non inquadrato, Timothy Fadek, fotografo. Il ragazzo è indifferente alla sua presenza. Probabile che Fadek sia accompagnato da qualcuno, e anche questo qualcuno non muove l'interesse del ragazzo, che sta lì, per i fatti suoi, piegato di peso sul tavolo. Se non fosse che al di qua del suo corpo c'è un fotografo, e c'è il clic della sua macchina fotografica, e la presenza di una seconda persona, se non fosse che al di qua del suo corpo c'è un movimento, sia pur minimo, verrebbe da pensare ad un silenzio estremo. Eppure è quello che la foto ci porta a pensare. Silenzio estremo, attorno. Forse anche dentro la mente del ragazzo c'è una pausa, una di quelle pause che arrivano dopo una fatica di tormenti. Il ragazzo, come altri coetanei - che hanno dai nove ai dodici anni - è ospite (meglio dire: ricoverato?) della Steinway Community Residence, una piccola casa comunità newyorkese per ragazzi che hanno problemi psichici, a causa di droga, alcol, violenze famigliari, abusi sessuali; una o tutte insieme queste disgrazie, in genere offerte dagli adulti.
Ma potrebbe essere la casa alloggio di una qualsiasi città, anche la nostra città.
Alla Steinway Community Residence, quando Timothy Fadek ha scattato le foto, vivevano sette ragazzi e una ragazza. Era il 1995. Queste foto sono state pubblicate dal Journal E. Sono fotografie che inquadrano una drammaticità non palese, ma ugualmente forte e percepibile.
Prima di arrivare alla Steinway Community Residence, questi ragazzi hanno transitato per ospedali psichiatrici o famiglie d'adozione. Posti dai quali forse viene voglia di scappare, ma che alla fine sono posti che ti hanno abbandonato.
Questa fotografia silenziosamente dolorosa scopre l'abbandono prima subito e poi praticato su di sé. Il corpo non regge, come sopraffatto dalla stanchezza. Oppure è la replica di una barriera tra sé e gli altri, una muraglia già costruita e già demolita.
Le foto di Timothy Fadek pubblicate dal Journal E sono in parte commentate da frasi tratte da romanzi e da canzoni. L'articolo di presentazione si intitola "Fragile Worlds".
La parola "fragile" mette insieme due lingue diverse, ma divide i ragazzi che dovrebbero nascere uguali. O, almeno, nell'uguaglianza. mdn