F O T O G R A F F I A R E 07/B
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World Press Photo La rivincita del fotogiornalismo ai tempi di Internet

La caduta verticale di una sagoma umana dalla torre del World Trade Center, il viso di una piccola kosovara dietro il vetro rigato di pioggia del pullman che la porta in un centro d’accoglienza, ragazzini che giocano a saltare il filo spinato ai confini della Bosnia Erzegovina: sono solo alcune delle istantanee vincitrici del World Press Photo 2002, che in questi mesi sono in mostra nelle principali città del mondo. Gli scatti premiati, tutti ad opera di fotogiornalisti, provengono da zone che nell’anno passato sono state al centro dell’attenzione internazionale, New York ferita dall’attentato, l’Afghanistan dei burqua e delle ribellioni ai taliban, l’eterno conflitto civile in Palestina, anche se ci sono delle sezioni dedicate a scienza e tecnologia e all’arte.

Quest’anno la foto scelta come simbolo della mostra è uno scatto del giovane freelance danese Erik Refner, che ha ritratto la cerimonia di vestizione funebre di un bambino morto di disidratazione a causa della carestia che da anni flagella il Pakistan: il volto del bimbo sembra sorridere, beato sotto le cure delle mani degli adulti che invece lo stanno preparando per la sepoltura perché, loro malgrado, non hanno potuto salvarlo dalla sete e dalla morte.

Le attività della World Press Photo vanno avanti ormai dal 1955 con successo: nato con intenti amatoriali, il premio è diventato negli anni un autorevole punto di riferimento per i fotoreporter freelance. Nel 2002 poi le foto candidate al concorso sono state particolarmente numerose, il tutto quasi a ridimensionare le periodiche profezie di sventura riguardo al giornalismo tradizionale che accompagnano l’evoluzione delle notizie online: l’unico dato di fatto, come si legge nel testo di presentazione della mostra, è casomai che le risorse destinate al fotogiornalismo dalle testate sono ancora troppo esigue. Tanto che chi ha istituito questo premio si propone di utilizzare il ricavato delle esposizioni proprio a favore della categoria.

Tuttavia, se il mondo dell’informazione non sembra dedicare all’attività dei fotogiornalisti l’attenzione che meriterebbero, il reportage fotografico dall’estero non ne esce affatto indebolito. Anzi, a giudicare dagli esiti della mostra, la tendenza degli ultimi anni sembra quella di una maggiore concentrazione sulla qualità delle composizioni. L’impressione che si prova visitando la mostra è infatti quella di riuscire a partecipare, forse per la prima volta, a eventi di cui si credeva di avere già un vasto repertorio di immagini e parole nella mente: le foto più vive sono quelle che ritraggono bambini, che si riposano in una piscina al sole prima della battaglia nelle strade di Ramallah, si tuffano in una pozza che in realtà è una discarica, a Peshawar, o invece combattono con i veli che devono indossare ogni volta che escono di casa. Allo stesso modo non appena ci si avvicina, le altre istantanee sembrano "animarsi" – basta solo riuscirne a cogliere i "movimenti" suggeriti dalla scelta della prospettiva. Come in una foto in cui solo inclinando un po’ lo strumento fotografico si è riusciti a rendere la sensazione che devono aver provato i turisti in pellegrinaggio sulle macerie delle Torri gemelle: i turisti infatti sono ripresi da sotto in su, pressati contro le barricate, come se guardassero in alto qualcosa che non c’è più. Niente delle rovine che sono davanti ai loro occhi è mostrato, eppure ci si trova coinvolti nella sensazione di essere di fronte a qualcosa di trascendente - fosse solo la vertigine che si prova davanti al vuoto lasciato dal crollo dei grattacieli.
In questo e in altri casi l’immagine è riuscita a creare degli squarci di realtà nella parete dei titoli di testa e delle formule giornalistiche utilizzate per riportare le notizie. I fotogiornalisti, come scrive il direttore della mostra, sono da sempre dei veri e propri "apripista, in prima fila nel raccogliere le informazioni", e il loro lavoro meriterebbe grande rispetto e attenzione. D’altronde il riscatto del reportage dall’estero potrebbe già essere arrivato. Come sembra dimostrare il rinnovato successo del reportage, accanto alla esigenza di interconnessione totale che attraversa le nostre società, si avverte forse sempre più il bisogno - e perché no il desiderio – di conoscere meglio i nostri sempre più "prossimi" vicini di casa. In questo senso allora sembrano avere un futuro tanto i fotogiornalisti che gli inviati speciali all’estero, perché sono i soli che possono fornirci una prospettiva interna sulla realtà, a furia di consumarsi le proverbiali "suole"; nel caso del reportage fotografico, poi, lo richiede lo stesso strumento, perché per scattare un’istantanea bisogna trovarsi fisicamente sul posto. In questo modo proprio la presenza sul campo, caratteristica del giornalismo tradizionale un po’ messa in ombra dalle possibilità di interconnessione mondiale che fornisce il web, potrebbe invece vivere, nei prossimi tempi, un nuovo ruolo. SARA REGIMENTI

 

 

 

 

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