FOTOGRAFFIARE le immagini che lasciano il segno


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World Press Photo Contest

 

1° PREMIO
STORIES GENERAL NEWS

Fotografo: Jan Dago
Danimarca
Agenzia: Magnum
Photos/Alexia Foundation
Titolo: Sierra Leone

Sei mani che si articolano in differenti modi, come se ad ognuno corrisponda un linguaggio proprio, una comunicazione autonoma. O forse sono movimenti delle dita colti in una involontaria sequenza; tutti compiono lo stesso gesto, ma in tempi diversi. La bellezza (anche se si intuisce una realtà drammatica) sta proprio nei gesti differenti di una situazione identica. Le persone sono lì per uno stesso motivo, e le mani sembrano una risposta a qualcosa. Forse è questo ciò che viene chiamato il "ritmo"; senza sfocare l'immagine. Il braccio in orizzontale, con la mano semiaperta, è una linea di raccordo con le braccia in verticale, e la composizione si placa in un equilibrio. L'inquadratura taglia i volti come a dar loro poco importanza. Contano di più i gesti, quel parlare articolato delle dita che fa dire, anche senza parole: "sono qua, guardami, considerami, prestami attenzione, scegli me, ne ho bisogno più degli altri".


Scheda

Da The Indipendet, Gran Bretagna, articolo di Aminatta Forman (giornalista originaria della Sierra Leone), pubblicato su Internazionale, n° 477, marzo 2003:
I paesi come la Sierra Leone sono stati depredati e fatti a pezzi dai loro leader subito dopo la fine del colonialismo. Lo stato di diritto si è trasformato in anarchia e a ciò è seguito il tracollo delle istituzioni. La guerra in Sierra Leone è stata definita un "conflitto di nuovo tipo", in cui bande di giovani banditi imperversano nel paese, seminando caos e distruzione. Ma c'è un'altra Africa, che esisteva già molto tempo prima che gli europei decidessero di ignorarla, convinto di poter plasmare il continente a loro immagine e somiglianza. Quest'Africa ha le sue istituzioni, i suoi modelli e la sua logica. E' un'Africa che la maggior parte della gente in occidente non conosce. Eppure esiste ancora.

 



2° PREMIO
THE ARTS GENERAL STORIES

Fotografo: Alexandra Boulat
Francia
Agenzia: VII, per Paris Match
Titolo: L'addio di Yves Saint Laurent
Il celebre sarto francese (nato ad Orano, Algeria, nel 1936), è andato in pensione. Non senza polemiche con il suo mondo che, a suo dire, badava troppo al business e poco alla bellezza, all'eleganza.
Ad un tavolo imbandito al pari di una rievocazione luigiquindici, il sarto fissa l'obiettivo della macchina con sguardo rattristato. Come tutti gli addii c'è malinconia nell'aria Credo che YSL sia stato il più raffinato degli stilisti. L'unico artista è stato Capucci. Parere personale.
L'ambiente (è riduttivo chiamarlo "ristorante") ha luci soffuse e serve un flash per far scintillare il servizio da tavola. Ori e argenti, ceramiche e smalti. Di sicuro serviranno prelibatezze, salate solo nel conto.
A pochi metri, in un'altra avenue, forse un bravo travet festeggia il suo addio all'azienda, con una penna dorata in mano, regalo amorevole dei colleghi, ormai ex. Il mondo non ha gli stessi addii, ci si saluta diversamente in un mondo pieno di classi (che non è la classe auspicata dal bravo sarto algerino emigrato in Francia, dal cognome di santo).


PREMIO
FOTO DELL'ANNO

Fotografo: Eric Grigorian
Armenia
Agenzia: Polaris Images, USA
Titolo: Ragazzo piange sulle macerie
che hanno sepolto il padre dopo il terremoto

Terremoto del 23 giugno 2002, provincia di Qarvin, Iran. Un ragazzo piange; sotto quelle macerie c'è suo padre.
La "Foto dell'anno" è il riconoscimento più alto per un fotoreporter. Ma fa sempre un certo effetto dover unire la gioia di un premio all'evento drammatico che quel premio ti ha fatto vincere.
Le distruzioni per cause naturali un po' allontanano la rabbia da rivolgere verso "qualcuno", un nemico (la guerra), un nemico sconosciuto (un attentato). La natura è tale anche quando la consideriamo innaturale, tuttavia l'uomo è ugualmente complice dei disastri che subisce. Quelle case sbriciolate erano un impasto di acqua e terra.
Il pianto del ragazzo è per una disperazione futura. "E adesso che farò?". Sembra di sentire l'eco di una parola: "senza". E adesso che farò, senza…
Il ragazzo stringe un indumento; è accovacciato; una posa comune, ci si siede così, all'araba. Ma il suo accovacciarsi è ormai un rannicchiamento, un raccogliersi in sé, un proteggersi da altre lacerazioni.
Gli adulti che stanno attorno al ragazzo sono indaffarati nel soccorso, stabiliscono il da farsi per cominciare un recupero. Nessuno, in questi primi istanti, fa allontanare il ragazzo. Non è un ostacolo, ma un "pezzo" di quel luogo completamente distrutto.
Quelle buche assomigliano alle voragini di un bombardamento. Quanti altri ragazzi saranno fotografati così, rannicchiati nel loro pianto, quando la guerra farà impazzire i sismografi della ragione?

mdn