F O T O G R A F F I A R E 07 S'E [in copertina

 



Il World Press Photo Contest è un concorso che da quarantacinque anni premia le migliori foto realizzate da fotografi professionisti delle agenzie mondiali. "Foto dell'anno", il riconoscimento più prestigioso, è una foto in bianco e nero di Erik Refner, trentunenne danese: mostra il corpo senza vita di un piccolo profugo afgano mentre viene "preparato" per il funerale. Una giornata non troppo diversa dalle altre, giugno 2001, in un campo di rifugiati, in Pakistan. Il bimbo è morto per il freddo.
E' strano davvero come a volte la "bellezza" riesca a prevalere sulla "bruttezza" degli eventi, a creare prima un'emozione forte di dolore (la vista di quella morte, inquadrata da un obiettivo) e poi una particolare emozione di gioia interna quando Erik Refner andrà a ritirare il premio di 10.000 euro, il 21 aprile, ad Amsterdam. La motivazione del premio è tanto giusta quanto frastornante: "la forza metaforica di un’immagine che rappresenta un mondo dove ogni speranza si è spenta, se devono essere i vecchi a seppellire i bambini". Sono parole che stordiscono.
I bambini muoiono di fame, di aids, di lavoro, di botte, di prostituzione. Morire per il freddo; questa condizione quasi sposta l'indignazione, vorrebbe attutirla, nel trabocchetto di una natura che ci sovrasta. Invece siamo noi i responsabili.
La foto di Erik Refner è indubbiamente bella, che a dirlo sembra una bestemmia. Mani adulte e anziane che coprono con un lenzuolo un corpicino; un anno di vita appena; la testa di fianco, come in una culla; il volto appare sognante. La bambola di se stesso.

Questa foto l'abbiamo scelta anche al di là del suo "merito" (il fotografo inglese Tom Stoddart ha ricevuto il secondo premio nella categoria General News Stories). Questa foto è come un seguito della prima. E' stata scattata a Gujarat, in India, poco dopo il terremoto, nel febbraio 2001. L'anziana donna si è salvata. Il suo volto ha la stessa trama della parete sconquassata alle sue spalle. Rughe di intonaco e rughe di pelle. Crepe in equilibrio, su una superficie senza più equilibri. Lo sguardo della donna ha trattenuto il terrore, e ce lo mostra guardandoci. Anche qui c'è la natura che provoca morte. Una condizione naturale, allora? Non proprio. Non solamente. Due foto che, insieme, sembrano contrastarsi, una quasi l'opposta dell'altra, per l'età dei personaggi, una vita da vivere e non vissuta, una vita da vivere ancora malgrado tutto. Due momenti che spezzano (anche fisicamente) la ricerca di un senso, di una logica, di un perché troppo esistenziali. Che strana questa "bellezza", fuori da dove non si smette di piangere.

 

 

 

 

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