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La Higuera,
Bolivia, 9 ottobre 1967. Lultima foto del Che in vita.
Il maggiore Jaime Niño de Guzmàn e lagente della Cia
Felix Rodriguez decidono di farsi scattare luno dallaltro
una fotografia accanto al prigioniero. Questi viene condotto allaperto
e de Guzmàn utilizza la macchina fotografica di Rodriguez per scattare
la prima foto. Rodriguez, invece, utilizza la macchina di de Guzmàn,
ma apre completamente lotturatore dimodoché la foto non venga
per eccesso di luce. Lagente della Cia potrà così
dire di essere lunico possessore dellultima fotografia del
Che in vita (da: Roberto Massari, Diario in Bolivia, Erre
emme editrice, 1996).
Con quale
aggettivo descrivere (definire) il volto del Che Guevara catturato?
Rabbioso, arrabbiato, sconfitto, furioso, adirato, imbestialito, amareggiato,
affranto, stizzito, furente, addolorato.
E venuto fuori un elenco di sinonimi deboli; nessuno è in
grado di significare quellespressione, di contenerne
appieno il senso. E un volto che coinvolge, quel dentro che diventa
fuori (espressione) è fortissimo. Ho scelto questa foto per contrapporla
ad una foto-icona del Che Guevara: la celebre foto col basco e giubbetto.
Immagine gadget internazionale.
Quella foto fu scattata da Alberto Korda. In un libro sul Che Guevara
(supplemento al numero 235 dellUnità, del 4 ottobre 1987)
così racconta:
Non ho nessun merito, è stato un atto istintivo, automatico,
e la foto non è nemmeno molto incisa perché non ho avuto
il tempo di mettere bene a fuoco. Era il giorno dello scoppio di una bomba
messa come sabotaggio sulla nave la Coubre che portava il primo carico
darmi comprato dalla rivoluzione, e che aveva provocato molti morti
e moltissimi feriti. Eravamo nel marzo 1960, la situazione era sempre
più incandescente e avrebbe presto portato allinvasione mercenaria
della Baia dei Porci. Vi furono i funerali delle vittime e poi un comizio
di Fidel. Il Che era stato in prima fila durante il corteo, poi era scomparso.
Io fra la folla scattai alcune foto a Fidel, poi a Sartre e a Simone de
Beauvoir che erano lì vicini, quando allimprovviso apparve
il Che. Mi colpì quello sguardo, che esprimeva tutta la sua rabbia
per lattentato e il dolore per le vittime. Rimase sul palco pochi
secondi, e scattai distinto quelle due uniche immagini (
).
Fu solo dopo sette anni che quella foto saltò fuori. Lha
scelse fra altre leditore Feltrinelli, e la portò in Italia.
Dopo la sua uscita come copertina del diario della Bolivia, fu poi scelta
in tutto il mondo come la più adatta ad essere riprodotta in mille
e mille modi, come tutti sapete.
Riprodotta in mille modi, in forma di poster, bandiere, calendari e t-shirt.
Il poster più venduto della storia, disse Osvaldo Soriano.
E inevitabile? E tutto trasformabile in merce?
Mi hanno regalato un calendario con le foto del Che (El Che Guevara en
Cuba). Due mesi per pagina. Questo calendario/merce mi obbliga dolcemente
a pensare (ricordare) a Cuba, alla rivoluzione, ai cubani, alla musica,
al ron, al sole, al mare, alle ananas, alla splendida Trinidad. Lisola
è piccola, ma dentro ci sono un bel po di situazioni. Il
calendario ha soltanto foto in bianco e nero del Che. Che (il quale) ogni
tanto ti riacciuffa con il sue essere licona della rivoluzione
cubana, del maggio francese, del 68 nostrano e di quel mezzo mondo
che ha avuto e ha ancora la voglia di manifestare da qualche parte. Anche
nelle partite di calcio, in curva, compare il Che (lui giocava a baseball,
a golf e pescava).
Ritorno alla foto della cattura. Più la guardo più vanno
via le parole.
E unimmagine difficile. Ho riletto La camera chiara,
di Roland Barthes, sulla fotografia (Einaudi). Ottima lezione, ma ci ho
ricavato niente per la foto del Che. E fuori posto (la lezione).
Oppure: sfocata. La foto-icona (quella di Alberto Korda) appena la guardi
ti sposta fisicamente: quasi ti ritrovi in un corteo, o in una sala fumosa
dei tempi delle assemblee. La foto della cattura mi blocca (a me fa questeffetto).
Bisogna guardarla e stare in silenzio. Il suo urlo (qualcosa urla in questa
foto) è più autentico del mio (un possibile urlo davanti
ad una tastiera di computer è leggero come il ronzio della ventola
di raffreddamento dello stesso). Quando ho visto per la prima volta la
foto del Che catturato ho pensato: stamparla su una t-shirt. Cambiare
icona. E da fare o no? Eduardo Galeano ha scritto che la civiltà
del consumo ha ridotto la storia latino-americana a un western colorato
e ha convertito il Che (eroe del nostro tempo) in un tipo
dal grilletto facile, la cui immagine si può impunemente
vendere al supermercato (Ernesto Guevara, Nomade dellutopia,
Autori vari, manifestolibri, 1993). Guardo il mio calendario, penso ad
un poster del Che (la foto-icona) che ho ancora, ripiegato, in un cassetto
(mai appeso, ci voleva il posto giusto). A Cuba il poster del Che lo trovi
ovunque. Sta al posto giusto? Storicamente (che brutto modo) sì,
ma come merce? Per vendere, e far conoscere, i Diari del Che, anche a
poco prezzo, bisogna essere almeno un editore Feltrinelli. Se tutto sia
merce oppure no è questione che ogni tanto viene fuori. Ma la merce
che non è consumata (venduta) è ancora merce o no? Lamentiamo
che si leggono (comprano) pochi libri; siamo a livelli vergognosi in fatto
di lettura, qui in Italia.
Tutto è merce. E sparito il punto interrogativo. Offriamo
merce (lavoriamo, ci arrabbiamo, gioiamo) in cambio di altra merce. Questa
è acqua calda alla stato di ebollizione. Ogni tanto, per salvare
lanima in corner, si discute di mercificazione. E la merce, diviene,
allora, uno strimpellare di sillabe. Si chiacchiera. Cè merce
buona, cè merce rara, cè merce scadente. La
merce si trasforma in scelta: ciò che compri è ciò
che sei (quasi fossimo carrelli da supermercato).
Di nuovo la foto del Che catturato. La merce deve avere una confezione
accattivante (il packaging ha un suo linguaggio). La foto-icona è
la confezione di se stessa. Il mito è già sviluppato su
carta sensibile. Questo non è un peccato. Un supermercato disadorno
e vuoto fa tristezza a tutti (dovremmo imparare a comminare in un supermercato;
i ventenni ci vanno a passeggio, lo preferiscono al centro storico. Anche
in questo caso, infinite chiacchiere sul bene e sul male dello struscio
dentro un sottopassaggio che non attraversa nessuna piazza).
La foto del Che catturato non ha il linguaggio delle inquadrature e della
luce. Non è neanche il fotogramma superstite di un documentario.
E comunque trofeo di caccia. Abbiamo già visto teste decapitate
mostrate come coppe da primo classificato.
Il volto del Che mi comunica il tradimento.
Pedro Peña, travestito da contadino, è una delle spie dellesercito
boliviano che, alle 2 di notte dell8 ottobre 67, vede i guerriglieri
mentre si riforniscono di acqua ad un torrente. Da qual momento inizia
la caccia. Alluna e mezzo del pomeriggio, in zona Quebrada del Yuro
(un incrocio di gole), inizia il combattimento. Due ore dopo il Che, ferito,
viene catturato assieme con i guerriglieri Willy Cuba, Juan Pablo Cang
Navarro, Antonio e Arturo.
Lagente della Cia Felix Rodriguez tradisce il suo complice, il maggiore
Jaime Niño de Guzmàn sbagliando lesposizione della
foto.
I guerriglieri Antonio e Arturo vengono assassinati lo stesso giorno della
cattura; il Che e Willy Cuba il giorno dopo. Il corpo del Che è
esposto, fotografato, presentato alla stampa. Rossana Rossanda ci ricorda
il seguito: Fu seppellito in terra, là vicino a Vallegrande,
facendovi passare sopra i bulldozers per spaccarne le ossa e nascondere,
con unautostrada che là sarebbe passata, ogni traccia di
memoria. Ambedue le mani erano state tagliate e conservate come prova
fino al 1979 dal governo boliviano, non si sa dove. Poi un ex ammiraglio
di quellesercito, Arguedas, deciso a collaborare con Cuba (ancora
un tradimento, aggiungo io), le portò nellisola. (Ernesto
Guevara, Nomade dellutopia, Autori vari, manifestolibri, 1993).
Penso alla crudeltà dei mediocri. Riprendo (copio) cinque righe
da City, di Alessandro Baricco (Rizzoli, aprile 1999): E tipico
dei mediocri essere crudeli. La crudeltà è la virtù
per eccellenza dei mediocri. Hanno bisogno di esercitare la crudeltà,
esercizio per cui non è necessaria la minima intelligenza, cosa
che li facilita, ovviamente, che gli rende agevole loperazione,
li fa eccellere, per così dire, in quelloperazione che è
lessere crudeli, ogni volta che possono, e quindi spesso.
Il Guevara catturato è rabbioso, arrabbiato, sconfitto, furioso,
adirato, imbestialito, amareggiato, affranto, stizzito, furente, addolorato.
Ecco, il dolore è ora più visibile di altre emozioni, e
quel suo dolore è per noi intollerabile.
Hasta siempre, comandante!
MDN
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