FOTOGRAFFIARE S'E [in copertina
Il Che faceva quel che diceva,
diceva quel che pensava
e pensava come viveva.


Eduardo Galeano
 
 

La Higuera, Bolivia, 9 ottobre 1967. L’ultima foto del “Che” in vita. Il maggiore Jaime Niño de Guzmàn e l’agente della Cia Felix Rodriguez decidono di farsi scattare l’uno dall’altro una fotografia accanto al prigioniero. Questi viene condotto all’aperto e de Guzmàn utilizza la macchina fotografica di Rodriguez per scattare la prima foto. Rodriguez, invece, utilizza la macchina di de Guzmàn, ma apre completamente l’otturatore dimodoché la foto non venga per eccesso di luce. L’agente della Cia potrà così dire di essere l’unico possessore dell’ultima fotografia del Che in vita (da: Roberto Massari, “Diario in Bolivia”, Erre emme editrice, 1996).


Con quale aggettivo descrivere (definire) il volto del Che Guevara catturato?
Rabbioso, arrabbiato, sconfitto, furioso, adirato, imbestialito, amareggiato, affranto, stizzito, furente, addolorato.
E’ venuto fuori un elenco di sinonimi deboli; nessuno è in grado di significare “quell’espressione”, di contenerne appieno il senso. E’ un volto che coinvolge, quel dentro che diventa fuori (espressione) è fortissimo. Ho scelto questa foto per contrapporla ad una foto-icona del Che Guevara: la celebre foto col basco e giubbetto. Immagine gadget internazionale.
Quella foto fu scattata da Alberto Korda. In un libro sul Che Guevara (supplemento al numero 235 dell’Unità, del 4 ottobre 1987) così racconta:
“Non ho nessun merito, è stato un atto istintivo, automatico, e la foto non è nemmeno molto incisa perché non ho avuto il tempo di mettere bene a fuoco. Era il giorno dello scoppio di una bomba messa come sabotaggio sulla nave la Coubre che portava il primo carico d’armi comprato dalla rivoluzione, e che aveva provocato molti morti e moltissimi feriti. Eravamo nel marzo 1960, la situazione era sempre più incandescente e avrebbe presto portato all’invasione mercenaria della Baia dei Porci. Vi furono i funerali delle vittime e poi un comizio di Fidel. Il Che era stato in prima fila durante il corteo, poi era scomparso. Io fra la folla scattai alcune foto a Fidel, poi a Sartre e a Simone de Beauvoir che erano lì vicini, quando all’improvviso apparve il Che. Mi colpì quello sguardo, che esprimeva tutta la sua rabbia per l’attentato e il dolore per le vittime. Rimase sul palco pochi secondi, e scattai d’istinto quelle due uniche immagini (…). Fu solo dopo sette anni che quella foto saltò fuori. L’ha scelse fra altre l’editore Feltrinelli, e la portò in Italia. Dopo la sua uscita come copertina del diario della Bolivia, fu poi scelta in tutto il mondo come la più adatta ad essere riprodotta in mille e mille modi, come tutti sapete.”
Riprodotta in mille modi, in forma di poster, bandiere, calendari e t-shirt.
“Il poster più venduto della storia”, disse Osvaldo Soriano. E’ inevitabile? E’ tutto trasformabile in merce?
Mi hanno regalato un calendario con le foto del Che (El Che Guevara en Cuba). Due mesi per pagina. Questo calendario/merce mi obbliga dolcemente a pensare (ricordare) a Cuba, alla rivoluzione, ai cubani, alla musica, al ron, al sole, al mare, alle ananas, alla splendida Trinidad. L’isola è piccola, ma dentro ci sono un bel po’ di situazioni. Il calendario ha soltanto foto in bianco e nero del Che. Che (il quale) ogni tanto ti riacciuffa con il sue essere “l’icona” della rivoluzione cubana, del maggio francese, del ’68 nostrano e di quel mezzo mondo che ha avuto e ha ancora la voglia di manifestare da qualche parte. Anche nelle partite di calcio, in curva, compare il Che (lui giocava a baseball, a golf e pescava).
Ritorno alla foto della cattura. Più la guardo più vanno via le parole.
E’ un’immagine difficile. Ho riletto “La camera chiara”, di Roland Barthes, sulla fotografia (Einaudi). Ottima lezione, ma ci ho ricavato niente per la foto del Che. E’ fuori posto (la lezione). Oppure: sfocata. La foto-icona (quella di Alberto Korda) appena la guardi ti sposta fisicamente: quasi ti ritrovi in un corteo, o in una sala fumosa dei tempi delle assemblee. La foto della cattura mi blocca (a me fa quest’effetto). Bisogna guardarla e stare in silenzio. Il suo urlo (qualcosa urla in questa foto) è più autentico del mio (un possibile urlo davanti ad una tastiera di computer è leggero come il ronzio della ventola di raffreddamento dello stesso). Quando ho visto per la prima volta la foto del Che catturato ho pensato: stamparla su una t-shirt. Cambiare icona. E’ da fare o no? Eduardo Galeano ha scritto che la civiltà del consumo ha ridotto la storia latino-americana a un western colorato e ha convertito il Che (“eroe del nostro tempo”) in un tipo dal grilletto facile, “la cui immagine si può impunemente vendere al supermercato” (Ernesto Guevara, Nomade dell’utopia, Autori vari, manifestolibri, 1993). Guardo il mio calendario, penso ad un poster del Che (la foto-icona) che ho ancora, ripiegato, in un cassetto (mai appeso, ci voleva il posto giusto). A Cuba il poster del Che lo trovi ovunque. Sta al posto giusto? Storicamente (che brutto modo) sì, ma come merce? Per vendere, e far conoscere, i Diari del Che, anche a poco prezzo, bisogna essere almeno un editore Feltrinelli. Se tutto sia merce oppure no è questione che ogni tanto viene fuori. Ma la merce che non è consumata (venduta) è ancora merce o no? Lamentiamo che si leggono (comprano) pochi libri; siamo a livelli vergognosi in fatto di lettura, qui in Italia.
Tutto è merce. E’ sparito il punto interrogativo. Offriamo merce (lavoriamo, ci arrabbiamo, gioiamo) in cambio di altra merce. Questa è acqua calda alla stato di ebollizione. Ogni tanto, per salvare l’anima in corner, si discute di mercificazione. E la merce, diviene, allora, uno strimpellare di sillabe. Si chiacchiera. C’è merce buona, c’è merce rara, c’è merce scadente. La merce si trasforma in scelta: ciò che compri è ciò che sei (quasi fossimo carrelli da supermercato).
Di nuovo la foto del Che catturato. La merce deve avere una confezione accattivante (il packaging ha un suo linguaggio). La foto-icona è la confezione di se stessa. Il mito è già sviluppato su carta sensibile. Questo non è un peccato. Un supermercato disadorno e vuoto fa tristezza a tutti (dovremmo imparare a comminare in un supermercato; i ventenni ci vanno a passeggio, lo preferiscono al centro storico. Anche in questo caso, infinite chiacchiere sul bene e sul male dello struscio dentro un sottopassaggio che non attraversa nessuna piazza).
La foto del Che catturato non ha il linguaggio delle inquadrature e della luce. Non è neanche il fotogramma superstite di un documentario. E’ comunque trofeo di caccia. Abbiamo già visto teste decapitate mostrate come coppe da primo classificato.
Il volto del Che mi comunica il tradimento.
Pedro Peña, travestito da contadino, è una delle spie dell’esercito boliviano che, alle 2 di notte dell’8 ottobre ’67, vede i guerriglieri mentre si riforniscono di acqua ad un torrente. Da qual momento inizia la caccia. All’una e mezzo del pomeriggio, in zona Quebrada del Yuro (un incrocio di gole), inizia il combattimento. Due ore dopo il Che, ferito, viene catturato assieme con i guerriglieri Willy Cuba, Juan Pablo Cang Navarro, Antonio e Arturo.
L’agente della Cia Felix Rodriguez tradisce il suo complice, il maggiore Jaime Niño de Guzmàn sbagliando l’esposizione della foto.
I guerriglieri Antonio e Arturo vengono assassinati lo stesso giorno della cattura; il Che e Willy Cuba il giorno dopo. Il corpo del Che è esposto, fotografato, presentato alla stampa. Rossana Rossanda ci ricorda il seguito: “Fu seppellito in terra, là vicino a Vallegrande, facendovi passare sopra i bulldozers per spaccarne le ossa e nascondere, con un’autostrada che là sarebbe passata, ogni traccia di memoria. Ambedue le mani erano state tagliate e conservate come prova fino al 1979 dal governo boliviano, non si sa dove. Poi un ex ammiraglio di quell’esercito, Arguedas, deciso a collaborare con Cuba (ancora un tradimento, aggiungo io), le portò nell’isola.” (Ernesto Guevara, Nomade dell’utopia, Autori vari, manifestolibri, 1993).
Penso alla crudeltà dei mediocri. Riprendo (copio) cinque righe da City, di Alessandro Baricco (Rizzoli, aprile 1999): “E’ tipico dei mediocri essere crudeli. La crudeltà è la virtù per eccellenza dei mediocri. Hanno bisogno di esercitare la crudeltà, esercizio per cui non è necessaria la minima intelligenza, cosa che li facilita, ovviamente, che gli rende agevole l’operazione, li fa eccellere, per così dire, in quell’operazione che è l’essere crudeli, ogni volta che possono, e quindi spesso.”
Il Guevara catturato è rabbioso, arrabbiato, sconfitto, furioso, adirato, imbestialito, amareggiato, affranto, stizzito, furente, addolorato. Ecco, il dolore è ora più visibile di altre emozioni, e quel suo dolore è per noi intollerabile.
Hasta siempre, comandante!

MDN