FOTOGRAFFIARE le immagini che lasciano il segno

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Foto (fotogrammi) delle donne e degli uomini ceceni uccisi nel blitz delle forze speciali Alfa, avvenuto sabato 26 ottobre, a Mosca, nel teatro Dubrovka.
Delle donne e degli uomini russi, presi in ostaggio, e uccisi durante il blitz con il gas (150 vittime?), non ci sono fotogrammi, non di questo tipo. Vengono mostrati i corpi degli sconfitti. Testimoniano, di riflesso, la vittoria delle forze dell'ordine, e quindi del governo.
Le telecamere inquadrano l'interno del teatro, dopo l'attacco. Le sequenze, i primi piani, i campi lunghi creano un documentario terribile. Poi, le stesse immagini vengono trasmesse dalla televisione russa per tutte le televisioni del mondo, per i nostri domestici televisori. La realtà torna ad essere fiction? E' che il perimetro del televisore ridefinisce sempre il reale, lo modifica, lo frammenta, lo interrompe con la pubblicità.
Ma nella tragica vicenda del teatro forse la telecamera ha paradossalmente modificato pure il tempo, come se gli avvenimenti, per una sorta di schizofrenia, dovessero ancora accadere. Le donne cecene uccise (ormai chiamate le donne kamikaze, anche se questo omicidio/suicidio non è avvenuto) sono sedute in platea. Luogo degli spettatori, la platea, nel quale si diventa passivi nell'agire, e anche nelle emozioni, dal momento che lo spettatore le "trasferisce" nel personaggio "agente" sul palco. Questo però non è un happening stile anni Settanta, quando gli attori stavano tra il pubblico, e si cercava non l'estraniazione bensì il coinvolgimento. Questa invece è la vita. Anzi, questa è la morte. Le donne cecene sono state uccise con il gas nervino, gli uomini ceceni con armi da fuoco. E' una guerra nella quale non si fanno prigionieri. Parrebbe così. La platea, nel totale dell'immagine, sembra una normale sala cinematografica, dove alcuni spettatori si sono attardati nell'uscire, mentre il personale delle pulizie ha iniziato il lavoro.
Le telecamere si muovono, si soffermano, proseguono. Il movimento crea, inevitabilmente, uno scarto, il fotogramma precedente può venir dimenticato. Lo stop del fotogramma, il suo divenire fotografia, ha un effetto raggelante. Le donne cecene, con i loro abiti neri "senza battaglia", con strani fagotti (esplosivo) legati al ventre, con le loro pose non scomposte, un poco inclinate, sembrano dormire, e il posto si trasforma nella sala d'attesa di un aeroporto, di una stazione degli autobus. Una partenza già avvenuta, per chi crede in un qualche dio della pietà. Il fotogramma divenuto fotografia è più terribile della telecamera, che invece si muove, sorpassa, segue il tempo, fa accadere le cose ma le lascia anche dietro le spalle. Il fotogramma divenuto fotografia ci fa stare immobili.
La ragazza inclinata su un di un fianco non ha retto la stanchezza, si è lasciata andare. Si è addormentata.
La ragazza con il capo reclino sul braccio e una mano sull'altra mano è ferma in un gesto che ci appartiene, quando il sonno ci vince.
La ragazza inclinata all'indietro ha la posa di una che dorme a bocca aperta. Quella benda sugli occhi sposta l'illusione nel reale. Qualcuno le ha messo la benda? Il reale è tragico e beffardo: quella ragazza, che forse aveva il viso coperto, come nella tradizione della sua religione, ora ha il viso scoperto è gli occhi bendati.
La scena invece è quello che sappiamo: le ragazze sono morte. La fotografia scambia il tempo per un altro tempo. Ma anche la nostra realtà, mentre accade, è spesso un'altra.


Dall'interno del teatro all'interno di due autobus. Sempre foto di fotogrammi televisivi. Sono gli autobus che stanno portando all'ospedale gli ostaggi "gasati". Vediamo due persone (uno è un adolescente) prive di sensi, o morte. E' una scena che, senza l'evento del blitz, può farci ricordare le alzatacce del pendolarismo; non è ancora giorno e sei già in autobus, il tragitto è lungo, e si recupera il sonno sul sedile un po' scomodo. Non è così. La nostra finzione, al di là degli eventi, non arriva a tanto. Non può. Non deve. L'immaginario comincia ad essere poco decente. Dobbiamo ingoiare il reale, anche se darà il volta stomaco.
C'è un'altra foto che per la sua messa in scena drammatica ci tira per i capelli fin nella realtà, in una maledetta cronaca, che chissà quando diventerà storia, con le sue menzogne.
La foto/fotogramma ci mostra l'interno di un altro autobus (la stessa scena, in televisione, era un autobus che passava). La realtà è la rappresentazione di una follia, individuale, collettiva. Un ragazzo a torso nudo, il capo all'indietro, la bocca aperta a cercare l'aria, come un pesce in agonia. I momenti di quel ragazzo (se ancora ci sono) assomigliano a quelli di una donna russa, di un uomo russo, di un bambino russo, di una giovane vedeva cecena. "Verrà la morte" e avrà gli occhi di tutti.
Dietro il ragazzo, e davanti, ci sono "quelli che devono fare il lavoro sporco". Se fosse un film dell'orrore dovrebbe essere vietato all'intera umanità (che parola strana, adesso) o dovrebbe andare ad un festival internazionale?
L'autobus passa, in televisione. Qui, nella foto/fotogramma, l'autobus si ferma. Non c'è inizio corsa né capolinea. Il teatro della vita è crudele. Speriamo che non si facciano repliche.

MDN

Scheda cronologica sui fatti di Mosca >