F O T O G R A F F I A R E 09
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Ryszard
Kapuscinsky

Cartoline
dalla Storia

Sara Regimenti

"Pembe e la sua famiglia (Tanzania del nord). Una volta, andando in Kenia, mi sono fermato a pernottare da loro. Prima di ripartire ho scattato loro questa fotografia"
,
scrive l’autore in una nota. Questa istantanea è stata scelta per concludere il catalogo che il reporter polacco Ryszard Kapuscinsky ha dedicato all’Africa, ed è proprio la tipica foto che l’ospite che se ne va scatta ai padroni di casa per conservarne il ricordo. La famiglia si è riunita nella steppa antistante la casa invece che nel giardino all’inglese, ma la situazione è delle più tradizionali: i genitori eleganti e in posa trattengono i figli davanti all’obiettivo, le figlie "vestite carine" per l’occasione fanno qualche smorfia, mentre i più piccoli inevitabilmente al momento della foto guardano dalla parte opposta, assorti in altri giochi. Uno schema classico che fa un effetto curioso perché alcuni elementi cui siamo abituati sono stati sostituiti con altri, altrettanto convenzionali: Pembe non porta i pantaloni né i gemelli ai polsi, ma ha due grossi fori nelle orecchie e si intuisce che la stoffa del suo abito è di una foggia piuttosto elegante, la moglie è scalza e rasata - probabilmente questo particolare è un indicatore del loro status - e l’ultimogenito invece di essere in braccio o in carrozzina fa capolino con la testa da dietro la schiena della madre. Il gruppo rispecchia di certo anche la differente concezione della famiglia africana, come sembra dimostrare il fatto che il padre sia al centro e che la primogenita che indossa un collare così vistoso invece di pavoneggiarsi come farebbe qualsiasi bambina sembra assorta nel suo ruolo di prima nata all’interno del clan dei fratelli. Tuttavia Pembe ha la stessa espressione (fra il soddisfatto e l’incerto nel mostrarci la sua famiglia) di qualunque capofamiglia che da noi si chiamerebbe "borghese": uno che si è costruito le cose con fatica e quasi sempre da solo, che non deve mai smettere di lottare per mantenere ciò che ha, uno per cui la famiglia rimane comunque la prima ricchezza su cui investire. Anche Pembe, pur avendo un suo ideale di felicità molto diverso dal nostro, tiene a quelle gioie "borghesi", limitate ai confini del cortile di casa, come avere il pane, poter veder crescere felici i suoi bambini e vivere serenamente con la sua compagna. Queste sono anche piccole felicità basilari che ogni uomo meriterebbe di godere in quanto essere sociale. Invece le immagini che arrivano dai paesi del Terzo mondo nella maggior parte dei casi documentano tragedie umanitarie, ponendosi in genere come atti di denuncia sociale e politica. Ci abituiamo così a considerare gli abitanti di questi continenti portatori di esistenze provvisorie, ai margini, senza altra storia se non quella comune della lotta per la sussistenza. In questa foto al contrario riusciamo a rintracciare la storia di Pembe, in parte comune alla nostra: anzi, in un attimo ci troviamo proprio dentro la sua pelle, in Africa, e iniziamo subito a preoccuparci di quale sarà il "nostro" destino, considerate alcune foto disperanti inserite nel catalogo che abbiamo appena finito di sfogliare.
Kapuscinsky infatti sostiene da sempre che solo chi riesce a sentirsi partecipe della sorte di un popolo può riuscire a comprenderlo veramente o ha il diritto di parlarne. E sembra anche aver capito che il modo per riuscire a farci entrare nella pelle degli "altri" è antico come il mondo: è necessario narrarne la storia, facendo entrare chi legge - o chi guarda - fin nei riti quotidiani della loro esistenza di "personaggi" stavolta non immaginari ma solo lontani. Guido Piovene ha scritto: far conoscere ai popoli gli altri popoli, non per luoghi comuni, per idee fatte o per relazioni astratte, ma nella naturalezza della loro vita è un modo per avvicinarli. E così Kapuscinsky ha dedicato decine di fotografie alle decine di volti - la parte del corpo che più ci distingue l’uno dall’altro e parla di noi - che ha incontrato nel cammino, interrompendo le loro attività o al contrario ritraendoli mentre sono assorti nel caldo, trascurando per questo anche i meravigliosi paesaggi africani, che al massimo figurano come "circostanze" dell'azione. E, per farci sentire le loro storie vicine alle nostre storie, ha anche inserito brevi note che ricordano le circostanze dell'incontro o i nomi di tutti quelli che, come il capofamiglia "borghese" Pembe, per un istante hanno voluto allargare i loro sorrisi verso l’"obiettivo" dei nostri sguardi.

A volte non bastano le parole per descrivere ciò che si vede, e così anche una grande firma del giornalismo internazionale come Ryszard Kapuscinsky (1932) può decidere di pubblicare un libro di sole foto, tutte dedicate al continente più amato: l’Africa. Gli scatti de reporter polacco (in mostra a Roma - giugno 2002 - Primo festival della fotografia) stringono l’obiettivo sulla figura umana. Non ci sono paesaggi né fauna nel ritratto dell’Africa che il giornalista ha deciso di restituirci: soltanto sorrisi, facce, sguardi in primo piano, o scene di vita lavorativa. Le foto sono simili a quelle che si riportano dai viaggi, scatti che restituiscono momenti di vita vissuta nei posti dove si è stati. A giudicare dai sorrisi divertiti verso l’obiettivo, per esempio, le persone ritratte sono tutti amici dell’autore; guardando quei volti si ha quasi l’impressione che pensandoci un po’ ci si potrebbe anche ricordare i loro nomi. Forse chi ha letto almeno uno dei romanzi-reportage di Kapuscinsky riconoscerà dietro queste notazioni uno dei caratteri essenziali della sua opera giornalistica, e cioè il mettere al centro del reportage le storie degli uomini incontrati durante il cammino. Non per rifuggire la Storia con la S maiuscola, anzi. Quello di Kapuscinsky è più che altro un cambiamento di prospettiva, il voler ricostruire gli eventi dal basso, dando voce a chi li ha vissuti – o subiti. I suoi sono stati definiti reportage "dal basso" appunto perché la notizia è ricostruita a partire dalla parte in causa, e perché da sempre il suo metodo è quello di scrivere le storie dei singoli evidenziando come in essi si rispecchi la Storia in grande. E allora si capisce perché per il reporter è stato importante condividere fin nei gesti quotidiani la vita di una comunità, nel tentativo di raccontarne la storia. Come ha dichiarato recentemente lui stesso, è meglio abitare una stanza in un villaggio tribale invece di rinchiudersi in un albergo, anche se ciò significasse rischiare di contrarre la malaria: ciò che se ne ricava in cambio è infatti fondamentale, è conoscere la gente del posto, e al di fuori delle parole della gente del posto la Storia è solo la versione ufficiale che ne dà il potere, e non serve a niente. Per raccontare l’Africa in immagini, allora, la cosa migliore era proprio fotografare i venditori d’acqua seduti contro un muro ai bordi della strada, in quanto nella loro situazione c’è molto della storia dell’Africa. Queste foto, cartoline allegre e colorate - in contrasto con lo sfondo di miseria degli ambienti – dei nostri "vicini di casa" africani, sembrano dire proprio questo. La Storia, in fondo, è quella che si legge nei volti degli uomini e delle donne comuni, nelle loro piccole ansie quotidiane, nelle storie dei singoli modificate, loro malgrado, dagli Eventi dei "grandi".
Sara Regimenti

 

 

 

 

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