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La
natura morta congelata
Le fotografie di Marco Ambrosi ritraggono nature morte stranianti, levigate
dal digitale e cristallizzate da una immaginifica imbalsamazione
vegetale.
Le sue potrebbero essere le illustrazioni di un catalogo di botanica
artificiale dove le piante sono ricoperte di resine, glassate o
plastificate e i fiori, che sembrano opera di artigiani di Murano, diventano
forme leggere di cartapesta e origami. Le foglie rosse sono come ritagliate
da una lamina di rame, i baccelli lavorati in madreperla e le melegrane
in cristallo, quasi fossero passati per le mani di un equivoco food
stylist che con la sua illusoria cucina/scultura vuole confondere i
sensi. Negli scatti di Ambrosi la sostanza della natura è l'immaterialità
del digitale che seduce e nello steso tempo mette a disagio perché
intoccabile.
Gli antichi chiamavano xenia le belle e buone cose che il bravo
padrone di casa faceva trovare ai propri ospiti all'arrivo nelle loro
stanze, così come oggi i grandi alberghi danno il benvenuto con
sontuose ceste di frutta e fiori, dove le forme toniche e gli accostamenti
cromatici contano ben più del gusto e del profumo.
La pubblicità allo stesso modo conquista il suo target
con superfici perfette e colori sgargianti, perché la seduzione
nasce nello sguardo sulle cose e l'essere commestibile o meno passa
in secondo piano: è così che gli spettatori diventano
gli uccelli che vanno a beccare gli acini dell'uva dipinta nel quadro
di Zeusi.
Lo still-life, d'altra parte, è un'antica menzogna fatta di luci
innaturali e composizioni calibrate. La natura morta per secoli è
stata il tema attraverso il quale investigare sul modo di intendere
la rappresentazione, un territorio neutro, una sorta di soggetto-zero,
banale e ripetitivo che ha permesso di spostare l'interesse sulle scelte
pittoriche. Altre volte è la stessa scelta degli elementi della
composizione a determinare il progetto artistico. Dagli straordinari
inventari di oggetti nelle bizzarre nature, tutt'altro che morte, dell'Arcimboldo
fino ai paradossali accostamenti surrealisti. La grande scuola di luci
e minuzie del Caravaggio e le fantasie meccaniche di Boccioni, il riscatto
"magico" dell'insignificanza dell'oggetto quotidiano in Casorati
e le composizioni autobiografiche di Van Gogh
Negli still-life di Ambrosi di autobiografico troviamo non tanto gli
oggetti, quanto le stesse scelte fotografiche; la sua professione, la
sua consuetudine e maestranza, lo portano a far risaltare tutte le potenzialità
di un oggetto piazzandolo in studio sotto le luci per la pubblicità.
Mentre lo still-life commerciale deve dire tutto sul suo prodotto, descrivere
ogni superficie e particolare, questi lavori vivono di una non-limpidezza,
caricano emotivamente grazie allo spiazzamento dato proprio dal non-detto.
Quanto ci attrae è ciò che resta fuori dai margini della
fotografia: non ci è dato sapere chi viva, chi abbia voluto questa
Serra oscura, a cosa serva e quale perversione stia gratificando.
Ambrosi riprende dall'alto i piani in cui sistema gli elementi di questo
suo personale ikebana futuribile, fatto di sottili lastre di
metallo, fogli di carta e piani traslucidi di laminato. Lo still-Leven
fiammingo, letteralmente "natura in quiete", diviene nella
Serra oscura di Ambrosi inquieto, qualcosa si muove infatti dietro
gli oggetti, come ingannevoli ombre in un thriller.
La fotografia ha sempre messo in gioco il problema della descrizione
oggettiva della realtà e proprio alla natura morta questa deve
gran parte della sua evoluzione.
Dai primordi della fotografia con i disegni fitogenici del botanico
William Henry Fox Talbot, fino alla prima copertina Still-lfe di Vogue
nel '43 ad opera di Irving Penn, che dagli anni Settanta spiazzerà
la consuetudine iconografica della natura morta fotografando esclusivamente
rifiuti, mozziconi e ossa. I colori stranianti di Ambrosi potrebbero
essere quelli di Madame Yevonde che si rovinò gli occhi con i
raggi UVA continuando nonostante ciò a lavorare in una sua visione/cecità
personalissima.
Negli scatti di Ambrosi ci sono molti elementi della natura morta contemporanea,
come la rivelazione dell'oggetto anche in assenza del soggetto, presente
nel lavoro di Carlo Benvenuto e nei set cinematografici di Gregory Crewdson
che mettono in discussione la pace domestica. Nella Serra oscura vivono
piante che non temono il clima, non risentono delle stagioni e, quando
vengono innaffiate di luce, questa non è quella solare, bensì
un bagliore artificiale o un'atmosfera innaturalmente colorata. E' una
vegetazione consueta ed insieme paradossale, come negli ecosistemi sotto-zero
di Marc Quinn, eternati dallo stesso gelo che li ha trattenuti per sempre.
Ma gli scatti di Ambrosi si soffermano su quell'Altro che va al di là
di una riflessione sull'esistenza, un qualcosa che forse potremmo chiamare
mistero: è un'opera della e sulla bellezza, espressa in una seducente
narrazione noir che fa capolino dentro e fuori i margini della
fotografia.
Luca Beatrice
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Marco
Ambrosi
La serra oscura The dark side of the sun
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Un
illuminato che ama le ombre
Marco
l'ho incontrato in un posto senza nuvole, ma pieno di lampi: un forum
Internet di pubblicitari. Si scrivevano cose toste. Lui di pochissime
parole, io un fiume sempre in piena. Sebbene facessimo mestieri diversi
(lui il fotografo, io il produttore di spot), c'è stata una collimazione
immediata. Di gusti, di scelte etiche, di riferimenti culturali. Ho
conosciuto un osservatore con le idee molto chiare. Poi, frequentandoci,
ho scoperto la sua doppia vita.
I
suoi still-life insoliti, che non sapevi mai se erano sogni ad occhi
spalancati o trompe-l'oeuil dal mondo delle apparenze, li conoscevo
da parecchio tempo. In quelle foto notavo una cura tecnica che rasentava
l'ossessione. Un giorno, m'era capitato di osservarlo nel suo studio:
i gesti e le parole misurate facevano pensare ad una bottega rinascimentale
trapiantata in una sala dove si opera col bisturi al laser:. Nel lavoro,
la concentrazione di Ambrosi è tipica di chi ama giocare. Che
fosse un ragazzo cresciuto un po' troppo in fretta (oppure uno sciamano
precocissimo, fa lo stesso) lo vedeva anche un bambino. Soprattutto
se, come nel mio caso, il bambino aveva già qualche anno.
Dopo
aver sfogliato questo misterioso diorama, viene spontanea una bella
domanda: come mai, un fotografo che da anni lavora con successo nell'agitato
star-system della pubblicità, si mette a raccontare mondi così
silenziosi. Per rispondere senza frasi fatte, proviamo a fare un rapido
rewind.
Questo mondo ricomposto, dall'aria così immobile e allo stesso
tempo così tesa, era già inciso nelle sue foto pubblicitarie,
c'era un codice a barre nascosto. Solo che pochi avevano saputo decifrarlo.
Ciò che sembravano svolazzi di un sognatore, erano già
dei punti di vista di uno che, sin da piccolo, amava salire sui banchi
di scuola. Per fargli cambiare la visuale non c'era bisogno di un professore
matto.
Se per anni e anni lavori nei grandi sistemi della comunicazione, prima
o poi può saltar fuori una mutazione genetica, una voglia di
guardare le cose dall'altra parte, di traverso, a volo d'uccello. Le
strane vite silenti di queste pagine (il pendant italiano di still-life
non è certo la "morte della natura"), emanano una compostezza
così concentrata, che sembrano scenografie per plot estremi.
Eppure,
in questi panorami insoliti si prova un piacere che non nasce solo dalle
luci e dai colori. Grazie a sempre nuove opzioni informatiche, nell'iride
dell'uomo moderno si è fissato un lato ludico che a volte può
contagiare anche la mente. Scombinare e ricombinare il déjà-vu
delle ottiche e dell'occhio, oggi viene chiamato "manipolazione
digitale". In verità, Marco era uno dei primi professionisti
italiani a non subire l'elettronica, ma a padroneggiarla subito con
animo solare.
Con
il digitale le opzioni cromatiche, morfologiche, di luminanza e di contrasti
sono talmente tante che la ripresa può letteralmente tramutarsi
in immagine immaginata. Parafrasando von Clausewitz, la postproduzione
digitale è la continuazione del set fotografico con altri mezzi.
C'è chi crede ancora che la pubblicità sia pura adrenalina
commerciale. Invece, lo sappiamo con serena certezza, è solo
un torneo senza arbitro dove i palloncini della fantasia sono sempre
spinti verso l'alto. Dalle correnti del momento, dai moduli nuovi, dal
caso. Se esalti per anni e anni dei nomi, delle marche e dei prodotti
con immagini seduttive, prima o poi ti viene voglia di volare per davvero.
Lassù, nelle correnti ascensionali dell'arte.
Sulla
copertina di un libro di Michael Schirner, uno dei maestri creativi
internazionali, ci sono solo tre parole: "Werburg ist Kunst".
L'autore non aveva dubbi: quando non è un mero strumento di vendita,
la pubblicità può essere cultura, a volte vera arte.
Credo che le foto pubblicitarie di Ambrosi siano esempi convincenti
per confermare questo petting affascinante.
Ora che s'è deciso a compiere il grande passo verso scenari senza
committenti, rispetto alle sue immagini pubblicitarie vedo cose più
terrene, più fisiche, più naturali. Tanto naturali che
non può essere altro che un ennesimo fantastico inganno.
Oggi
Ambrosi non gioca solo con l'immaginazione, con le idee, con i sogni
ma anche con le radici, con i frutti, con i petali, con le stagioni
della vita. Scrutando la lenta scansione del tempo e l'apparente immobilità
tra le mutazioni, Marco Ambrosi ha ricompattato la natura, le materie,
le luci e le ombre in un osservatorio tutto suo.
Il suo studio.
L'ha trasformato in un luogo di pura coltivazione. Più guardi
queste foto, che sembrano provenire da tempi e luoghi lontanissimi,
più hai l'impressione che quando togli lo sguardo, succedono
cose strane. Soprattutto quando le ombre si dissolvono insieme alla
luce.
Se no, che serra oscura sarebbe?
Till Neuburg
T
esti:
Marco Ambrosi La serra oscura Prearo Editore
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