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SEGNI INDELEBILI

Il tatuaggio è certo un segno/segnale spettacolare (molti sono graficamente straordinari), ambiguo per il mostrarsi/nascondersi (i più il tatuaggio se lo fanno là dove poi per la maggior parte del tempo si sta vestiti), identitario ma da decifrare (questa marchiatura indelebile vale come un codice a barre, perché contiene molte informazioni).
Il libro di Betti Marenko è accattivante nel titolo – Segni indelebili. Materia e desiderio del corpo tatuato - e nella quarta di copertina (dovremmo smettere di fidarci delle quarte di copertina), ma, a lettura finita, e purtroppo anche prima, delude non poco. Di solito, in questa rubrica parliamo solo di libri che ci sono piaciuti. Ma posso anche aver male inteso le intenzioni dell'autrice.

Corpo e identità rappresentano due questioni chiave del pensiero contemporaneo. Questo libro sui tatuaggi mi ha incuriosito perché speravo di trovare un suggerimento per interpretare quella specie di moda che oggi si sta diffondendo tra i giovani.
La lettura della prima parte del libro è stata abbastanza interessante. L'autrice ha proposto un esame storico che ci aiuta a ripercorrere il senso di questa pratica presso i cosiddetti "popoli primitivi", per poi individuare quale è stato l'impatto con le civiltà che quei popoli hanno scoperto, o meglio, conquistato, colonizzato.
Nel nostro Medioevo, il segno sul corpo era "marchio" e per lo più marchiavano i soggetti sottomessi. L'autrice si perde poi nel labirinto di riferimenti filosofici che, per quanto riguarda Deleuze e Guattari, la inducono ad assumere un linguaggio sempre più astruso, vicino all'oscurità del pensiero dei due intellettuali cui si riferisce.
Poi parla di Spinoza. A mio parere non lo ha capito e ne ha svisato il pensiero in modo discutibile. Ma ancora poco male. Fa sempre bene confrontarsi con interpretazioni diverse, specialmente, e anche, se non condivise.
La parte del libro meno convincente è quella conclusiva, in cui l'autrice finalmente riferisce la sua esperienza con il tatuaggio. Il linguaggio diventa barocco, quell'esperienza è descritta con toni ridondanti, esasperati fino a rendere poco credibile ciò che è descritto. Ad esempio, dal dolore provato nella prima fase dell'intervento si passa ad una apoteosi di godimento che lascia intravedere, o svela, un rapporto decisamente masochistico con questo tipo di esperienza. Il dolore si trasforma in piacere puro ed orgiastico.
Ciò che manca a questo libro è un tentativo di spiegazione del perché si arrivi a volersi sottoporre ad uno choc traumatico. Non è nemmeno una interpretazione del disagio che potrebbe nascondersi in una scelta che diventa, a detta dell'autrice, estrema e irreversibile. Purtroppo il libro non mi è piaciuto, emi ha anche un po' depresso, perché ho trovato che tutto quel dire e soffrire era abbastanza gratuito e privo di senso.

A.T.

Pagina 57
Se consideriamo il regime scopico una macchina di identificazione identitaria altamente codificata e ne analizziamo le componenti materiali, possiamo scegliere di mettere a fuoco due figure specifiche e peraltro ricorrenti nei processi storico-scopici della formazione del'identità moderna: il coltello dell'anatomia e lo specchio, emergenze materiali e oggetti-guida di una possibile genealogia del soggetto.

Pagina 105
Sono molte e diverse le soglie da oltrepassare quando si pensa al dolore derivate da pratiche autoinflitte. Non c'è infatti solo la soglia fisiologica e sensoriale, il limite individuale di sopportazione, la prova di resistenza cui soggiacere, ma anche quella culturale per cui il dolore è tabù e va sempre evitato rimosso, chimicamente anestetizzato. Quest'ottica non lascia spazio per prendere in considerazione il dolore nelle sue potenzialità di veicolo e meccanismo per elevazione spirituale, guarigione psichica, consolidamento del sé, accesso a esperienze mistiche.
Pagina 107
Nell'attraversare un'esperienza di iscrizione corporea convergono dolore e piacere, e non solo perché il corpo reagisce intensificando la produzione di beta-endorfine, oppioidi endogeni con effetti simili alla morfina, che alleviano il dolore e il cui rilascio è fenomeno ben noto a chi si tatua. La convergenza di piacere e dolore riguarda anche il piacere, e sono dolore e piacere a dare forma al pensiero e alla coscienza del soggetto come effetto di un processo di temporalizzazione del corpo e proiezione di sensazioni conosciute. In questo senso è il corpo il sito dei percorsi trasformativi di un sé che si dipana come autocreazione.
L'esperienza del tatuaggio richiede perseveranza, coraggio e desiderio.
E' il dolore fisico a marcare il passaggio da uno stato al'altro, a segnare un punto di non ritorno, un momento di trasformazione, e non potrebbe essere altrimenti.

 

Quarta di copertina
Corpo e identità rappresentano questioni chiave del pensiero critico odierno, sono nozioni che la contemporaneità sottopone a un continuo slittamento di senso.
Si tratta di una crisi di confini: per il corpo, il confine riguarda la linea che lo delimita. Qui, per esempio, è in gioco la questione della contaminazione tra carne e protesi tecnologiche sempre più avanzate, scientifiche, digitali. Per l’identità, riemerge la vecchia ma irrisolta questione dei confini tra sé e alterità.
Come intendere la costruzione di soggettività quando la realtà del corpo è permanentemente alterata? E cosa accade alla nostra identità quando, per scelta, consegniamo il nostro corpo a un segno indelebile? Quale storia di noi stessi vogliamo riscrivere? O meglio, quante storie vogliamo essere?
Marenko insegue le indicazioni, le suggestioni, i suggerimenti di quegli ambiti filosofici e antropologici che si sono interrogati sul corpo – da Spinoza a Deleuze a Rosi Braidotti – in uno studio che scava nei diversi significati dellapratica del body marking, con l'intenzione di mappare la complessa rete di relazioni tra la pratica del tatuaggio e le strategie di costruzione dell'identità.

 

BETTI MARENKO
Segni indelebili

Feltrinelli
Pagine 142 € 14,00


 

 

 


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