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Cerimonie, di Michele Serra, è un libro di 12 racconti (numero a caso, o racconti per un anno), nei quali vari "io narranti" si danno il cambio con differenti voci, in una linea di condotta comunque omogenea. La realtà, anche se a volte trasfigurata (com'è nelle regole dell'affabulazione), è in lizza con un forte stato d'animo. D'altronde, un buon osservatore, quale è Serra, non può prescindere da un io-altri. E' un binomio che appartiene all'intelligenza. Non c'è bisogno di essere stato un comunista o di essere attualmente un dismesso. Adesso c'è il vuoto, almeno così intendo da questi racconti. Che nella rubrica sulla comunicazione di Segnal'etica stanno benissimo. Di simboli/segni del passato e del contemporaneo ce ne sono parecchi in questo libro. Anche i "loghi" (i marchi) sono "cerimonie". Il dio merce dimora nello stesso iperspazio del dio anima. Il bisogno di un "logo-d'identità, di un "qualcosa" che sia uno stile di vita, un modo di pensare, viene mostrato in tutti i racconti, o quasi.
Nel primo, intitolato "Ci prende un gran rimescolo, certe volte, e non sappiamo a chi andare a dirlo" (è una frase del racconto, e anche gli altri titoli sono delle frasi), c'è un personaggio, tenero e cocciuto, che vuole ringraziare "qualcuno" per la soddisfazione di esistere, ma non può farlo perché non crede in dio (il "qualcuno"). Non ha, si potrebbe dire, il suo marchietto sulla t-shirt con il quale trovare una rappresentanza. Con le implicite liturgie. Che poi sarebbero riti, codici di gruppo, comportamenti. Questo personaggio si chiama Saletti e dice, rivolto all'io narrante:
“(…) Lo sa perché ci fregano? Ci fregano perché non abbiamo il rito. Noialtri siamo senza rito. Si rende conto?”
Pensai che era pazzo.
“Noialtri ci vorrebbe qualcosa per dimostrare la nostra sensibilità. Altrimenti credono di averla solo loro, la sensibilità. I preti. E ci trattano da gente arida. Ma è colpa nostra. Avessimo il nostro rito, sarebbe più bello del loro.”
Pensai che non era scemo.
Anche questo umano e malinconico bisogno di essere "quelli che…" è un modo per farsi fregare. Opinione personale. Rafforzata dal fatto di essere anch'io tra "quelli che…".
Il terzo racconto si intitola "Siamo della Bad Company, e come tutti ci stiamo provando". Il vicino di casa di campagna, dell'io narrante, si chiama Manuel ed è (…) il presepe vivente della moderna epifania: il one-man-show che dà modo a ognuno di far quotidianamente visita a se stesso e riconoscersi salvatore.
Manuel ha un gippone (comprato con i soldi dei genitori). Il gippone è un logo-oggetto (status-simbol è ormai termine desueto), gippone scoperto, roba japanese, la cui sagoma brilla, come la lorica di un guerriero, al vicino orizzonte dell'ultima curva prima di casa mia (...). Dal cassone rostrato che allude alla guerra in corso – quella di tutti contro tutti – scende Manuel, annunciato dal tonfo sordo degli scarponi cingolati sulla ghiaia.
Manuel ha la testa rasata, è abbronzato di lampada, porta occhialini neri, due catenine al polso destro, e, all'altro polso, un orologio no-limits grosso come una torta di mele, evoluzione tecnologia della sveglia di Bingo Bongo, una specie di torre di controllo le cui centinaia di funzioni, ignote anche ai costruttori, mi sono state più di una volta descritte da Manuel con il ditone che oscurava il pur cospicuo quadrante e una gragnuola di "soccia" (…) a punteggiare le più impressionanti facoltà dell'attrezzo, tra le quali, soccia, "tutti i fusi orari".
Manuel ovviamente porta felpe firmate, più firma che felpa, il cui cubico nome stentoreo tenta esplicitamente di appendere le grossa membra del suo indossatore a qualche punto preciso del nostro universo un tempo astruso e illeggibile, oggi finalmente rinominato in insegne di negozio o in cognomi di industriali di filati o infine in spiritose affiliazioni a piccole tribù aziendali.
Con la bravura di Serra, ecco decritto un campionario di logo-oggetti e logo-identità, dal corpo all'indumento, dal gippojapan agli accessori deco-funzionali. Anche il nome Manuel è una scelta "di tendenza contemporanea, quella dell'apostasia indolore". Cliché, ma lo specchio del convento riflette questo; basta guardare una qualsiasi pubblicità tv o stampa e poi dare un'occhiata al teleutente. Dice bene Serra quando scrive, con la sua ironia da unghia affilata, che "i consumi non solo non corrompono, ma preservano. Impediscono la crescita". "Bambinizzazione del mondo", la chiama. Sarà un modo educato di dire "cretinizzazione"?
Il quinto racconto si intitola "Appoggiavo il cappotto sopra un mucchio di altri cappotti". Si parla di sezioni del pci, di militanti, di riunioni, di un altro io narrante che partiva la sera presto, per arrivare nelle sedi di partito. Partiva con il riscaldamento della macchina che mi bolliva i piedi nelle scarpe a buon mercato (…). Il mio abbigliamento era noncurante e confortevole, ruvidi maglioni da grande magazzino, braghe di velluto bozzute sulle ginocchia, un pesantissimo cappotto di tweed comprato usato in un negozio di corso Garibaldi dove si riforniva mezza sinistra milanese. Portavo i capelli lunghi e la barba rada, sulla quale passavo spesso una mano per sperimentare quanto finalmente fossi diventato un uomo fatto. Lo specchietto retrovisore serviva più per guardarmi in volto che alle spalle. Com'è confortevole sentire che il proprio fragile narcisismo è al servizio di una solida causa.
Non è perfetta questa scheda su un target di quegli anni? Il racconto di Serra è una precisa, sia pure malinconica, dissezione del corpo e della mente di chi, in quegli anni, bazzicava sedi di partito, di movimento o stanze simili. Lui (Serra), gli altri, noi. Anche quando c'erano le feste da ballo a casa di qualcuno si appoggiavano cappotti sopra un mucchio di altri cappotti. Ma eravamo più ragazzi, l'utopia era un bacio sul collo o una ricognizione molto poco spudorata su un seno ricoperto d'acrilico. Sarà per un altro racconto.
Tra i segni del contemporaneo, molto visibili materialmente, ci sono i graffiti. Sono l'argomento del decimo racconto, che si intitola " Dire che è il dramma dell'identità". Un negoziante vuole beccare chi gli sporca con lo spray la saracinesca. Passa le notti dentro il negozio; riposa in branda e guarda la tv. Ce l'ha di brutto con chi scrive WOW e POW che offendono il povero decente grigio della nostra città… Che è (anzi era) molto più espressivo e misterioso e fantastico di tutto questo strillare "eccomi! ci sono anch'io". E chi se ne frega, se ci sei anche tu. Pure io, ci sarei. Ma non considero fondamentale farlo sapere in giro. Li firmano, per giunta, i loro spruzzi tutti uguali. Nome e data. Questo l'ho fatto io, con le mie mani, il giorno tale. Come all'asilo, dove è necessario che ogni sgorbio larvale porti il nome del suo tremolante autore.
Proprio arrabbiato, quest'io narrante. Dunque, aspetta e una sera, pistola alla mano (scarica), becca il graffitista. Qualche battute tra i due:
“Sei uno sbirro?” mi fa.
“No. Sono un critico d'arte.”
“Ce l'hai con me?”
“Sì. Con te.”

Il negoziante crede che il graffitista abbia scritto ZAF, in giallo e rosa, accostamento che, tra l'altro, non gli piace proprio. ZAF, dice il ragazzo, è la firma di un altro. Lui disegna rane, stilizzate e non verdi. I due parlano. Il negoziante vuole che il ragazzo disegni una rana. Lui tergiversa. Il negoziante si innervosisce. Poi il ragazzo confessa che lui scrive, da diverso tempo, solo ZAF. Il racconto continua. Vi lascio il finale.
Questa invece è storia vera: Milano, 16 giugno, un graffitista di quattordici anni muore folgorato in una stazione della metropolitana (non è ancora chiaro se toccando il terzo binario, quello centrale su cui passa la tensione motrice, o aggrappandosi a qualcosa dopo aver perso l'equilibrio). Voleva spruzzare una firma, un disegno, con il rito del pacifico "fuorilegge". Voleva esistere.
Nell'undicesimo racconto il logo-oggetto è la Fiat Seicento. Siamo negli anni cinquanta.
La Seicento, oltre che una macchina, fu un archetipo della locomozione, più o meno coeva di altre utilitarie che segnano non solo la storia dei trasporti, ma quella dell'estetica industriale. (…) Il superiore status dei seicentisti, rispetto a quelli che ancora non potevano permettersi una così rapida promozione sociale, si dimostrava non solo dai due posti veri sul sedile posteriore, sui quali era possibile sistemarsi perfino a un adulto nella caratteristica posizione detta "a baciaginocchia", ma anche e soprattutto nella disinvoltura con la quale si poteva affrontare le salite, contando sul maggior "tiro" del quattro cilindri.
Un testo da copywritr che ha individuato una Usp (Unique selling proposition): affrontare le salite; appoggiata da un secondo plus (una elle in più rispetto alla Usp): la comodità dei sedili posteriori. Erano i tempi della reclame non dell'advertising.
L'ultimo racconto si collega al primo e pare voglia chiudere il cerchio. Si intitola "Gong tra i bambù, cornamuse tra i pietroni, arpe nella brughiera". Anche qui, come nel primo racconto, il bisogno di un riferimento, di una sacralità che manca alla coscienza di chi non crede nell'aldilà. Una cerimonia. Tutti questi racconti sono narrazioni di cerimonie. Nell'ultimo, il grande pianto di un bambino per la prima volta di fronte alla morte fa "sgorgare" dilemmi e incertezze nell'io narrante, suo padre. La nonna è morta. Cosa bisogna dire a un bimbo?
Provai a parlargli. Cose già povere in sé, rispetto alla potenza della morte, e ulteriormente impoverite, poi, dal fatto che non disponiamo di una religione di famiglia. Mancanza notevole, quando si tratti di rischiarare certe caverne almeno con qualche moccolo, qualche litania anestetica. Tipo "la nonna è in Paradiso e ci protegge", ecco, che è sempre meglio, come artifizio retorico, di quelle dubitose cacatine che noi scristianizzati rifiliamo ai nostri bimbi, tipo "nessuno sa dov'è la nonna, ma resterà sempre nei nostri cuori".
Ecco dunque il logo-luogo, nel quale cercare Marie e Santi per tutte le risposte che vengono anche senza far domande; un logo-luogo nel quale sperare in un posto libero, prima o poi. Anche se un tempo ci cacciarono in malo modo dal Paradiso. Sicuro che ci vorrebbero ancora?
Un libro, al di là delle nuvole (che è pure il titolo di un film), un poco consola. MDN

 

MIchele Serra
Cerimonie

Feltrinelli
pagine 136 € 12,50

 



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