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Schiavi
della comunicazione Vita e nevrosi nella fabbrica dei media
Edizioni Derive/Approdi
serie map
Aa.Vv . A cura di Eugenio Alberti Schatz Prefazione di Giuseppe Gozzini
pp.138 L.18.000
Il comunicatore è una figura multiforme e sfuggente. È il
jolly delleconomia moderna. Migliora la performance aziendale, fa
circolare linformazione e crea valore aggiunto. Stiamo forse di
fronte a un eroe del nostro tempo? O a una specie di nuovo "proletario
mentale"? Un itinerario fra pubblicità, editoria cartacea,
televisione e internet alla scoperta di un mondo che fa della velocità
e della precarietà le sue caratteristiche principali: autori di
programmi disposti a tutto, webmaster schiavizzati, pubblicitari sullorlo
di una crisi di nervi, stagisti sottopagati. Storie che svelano cosa si
nasconde dietro le sfavillanti carriere nella fabbrica dei media.
Un
capitolo (a pag 61)
Georgia Lauzi
I primi tre mesi non sono retribuiti
Alle pendici della comunicazione
A tutti quelli che il senso di colpa non glielhanno ancora tolto.
Aprile 1998
Il mio primo anniversario di laurea, ovvero: come rimpiangere di essersi
laureata in corso e desiderare ardentemente di essere ancora iscritta
in università... tanto per il momento non ho ancora visto neanche
uno dei vantaggi da postlaureata (Lavoro fisso? Stipendio fisso? Lavorare
facendo qualcosa di concreto che ti dia soddisfazione? Indipendenza economica?
Finita la giornata di lavoro puoi rilassarti e pensare ad altro, senza
bisogno di rinchiudersi in stanza a studiare?) e in compenso ho ancora
tutti gli svantaggi della vita da studente (lavoretti saltuari per sbarcare
il lunario, pagare per studiare, sorbirsi ore e ore di deliri su materie
totalmente astratte che nulla hanno a che vedere col lavoro vero... ma
esisterà il lavoro vero?), nonché una buona dose di ulteriori
svantaggi ai quali ero scampata durante gli anni di università
(frequenza obbligatoria e lezioni al sabato, mattina e pomeriggio). Come
mi è potuto succedere?
La mia allegra giornata tipo: sveglia ore 6 e nel coma più totale,
attraverso la città semideserta per approdare alla sede ancora
chiusa della Deutsche Bank, dove il signor M, gioviale dirigente bancario
50enne, mi attende per la sua lezione di inglese. Pur lavorando tutto
il giorno in banca, dalle 8.30 fino a sera tardi, ritiene che linglese
sia fondamentale e siccome io, sfortunatamente, non sono disposta ad andare
a casa sua a 35 chilometri da Milano durante i week-end, preferisce presentarsi
in ufficio alle 7 di mattina e farsi la sua ora e mezza di lezione prima
di iniziare a lavorare.
Sono laureata in lingue, ergo insegno inglese, e se lo facessi tutto il
giorno in orari più umani, forse, oltre a sopravvivere discretamente,
potrei anche avere una vita più tranquilla e apparentemente normale.
Tralasciando il fatto che se mi liberassi anche dellintermediario
della mia agenzia sanguisuga, sarei pagata circa il doppio. Ma meglio
non pensarci. Ho deciso che voglio lavorare nel mondo della "Comunicazione".
Quello che mi ha sempre attirato è la sensazione di poter appartenere
ad un ambiente aperto, dinamico, al passo coi tempi, dove non esiste la
routine e la mentalità è elastica, dove soprattutto
si può contribuire attivamente alla creazione di opere che,
se non si possono definire prettamente artistiche, hanno perlomeno un
valore culturale.
Trascorro il resto della mattinata in amene attività, quali tradurre
articoli di finanza, o legali, di cui non capisco assolutamente nulla,
oppure se sono fortunata testi di documentari americani
che saranno prossimamente distribuiti in videocassetta.
Il pomeriggio invece mi reco al mio corso numero 1, Corso di formazione
professionale per operatori cinetelevisivi, da noi sbrigativamente
ribattezzato corso di cinema. Uno dei miliardi di corsi spuntati
dal nulla e finanziati dal Fondo Sociale Europeo, gratuiti e abbinati
a uno stage in azienda. Frequenza obbligatoria, lezioni teoriche e pratiche
e alla fine del corso si girano 4 cortometraggi, 3 in pellicola e uno
in video. Qui, per 4 ore al giorno, sono in pace col mondo: vediamo spezzoni
di film durante le lezioni teoriche, studiamo i macchinari e le tecniche
di regia, ci infiliamo nella sala montaggio per creare dei mostri ibridi
che abbinano le nostre riprese caserecce a film di Hitchcock e video dei
Pink Floyd, ci improvvisiamo di volta in volta sceneggiatori, registi,
attori, cameramen e tecnici del suono. Ho deciso: non solo voglio lavorare
nel mondo della "Comunicazione" ma in particolare in quello
del "Cinema".
Quando arriva il venerdì mi reco invece al mio corso numero 2,
corso di specializzazione postlaurea la cui altisonante e incomprensibile
denominazione è Corso di perfezionamento in globalizzazione,
comunicazione e professioni metropolitane; tanto incomprensibile
da necessitare di un sottotitolo: finalizzato allinserimento
nei settori di editoria, pubblicità, spettacolo, turismo e moda.
Tralasciamo gli ultimi due settori, ai quali non sono particolarmente
interessata; ne restano pur sempre tre molto appetibili, e il mio immancabile
stage aziendale lo potrei fare proprio in uno dei tre: se fossi così
sfortunata da non trovare posto subito nel cinema, potrei accontentarmi
della pubblicità, o di una casa editrice. Aggiudicato. Anche perché
il corso è decisamente più prestigioso dellaltro e
riesco a frequentarli entrambi, essendo questultimo limitato al
venerdì pomeriggio e sabato mattina; a garanzia della sua alta
professionalità, è pure a numero chiuso (ovvio che si chiude
un occhio nel caso in cui gli iscritti raggiungano appena il numero sufficiente
per iniziare il corso: e allora non solo chi non ha ancora discusso la
tesi, ma anche chi non si è mai iscritto ad alcuna facoltà
può, in via del tutto eccezionale, partecipare a questo corso
postlaurea; se poi non sai una parola dinglese e il bando
richiede espressamente una conoscenza approfondita della lingua, non cè
problema: basta che paghi).
Lerrore peggiore della mia vita. (
)
(Segue
fino a aprile 2000)
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