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Il
libro di Ugo Castagnotto, Come
ci adesca la pubblicità, è uno
di quei libri che per raccontarli debbono essere "frammentati",
un capitolo alla volta (non tutti i capitoli). Il libro è di 161
pagine; l'analisi dovrebbe scivolare con tranquillità (per chi
poi vorrà leggere questo riassunto a frammenti).
Il titolo è subito chiaro. La persuasione occulta della pubblicità
(erano i tempi di McLuhan) è ormai un palese adescamento. Siamo
delle prede. "Adescare" non dà una sensazione gradevole.
Ne prediamo atto; possiamo farci qualcosa? Esserne consapevoli è
comunque un passo avanti. Credo.
Il libro comincia così: «In Italia, nel mondo della cultura,
è prevalsa una mentalità anticonsumistica preconcetta. Nel
dire che si è anticonsumisti si sa di non sbagliare e il discorso
finisce lì».
E' vero, ma il discorso non finisce lì. C'è chi ha voglia
di andare avanti, di guardarsi allo specchio ma anche negli occhi di un
altro per allargare un poco l'orizzonte dell'autocritica e della critica.
Il nostro consumare non è perché abbiamo necessità
di mangiare e di coprirci. Noi siamo consumatori evoluti. Il guaio, forse,
sta proprio in questa evoluzione-involuta, se così si può
dire.
«I consumi sono simboli di integrazione nella dinamica sociale.
Se la società non è dinamica non c'è bisogno di consumi».
Occorre rifletterci su. Potrebbe essere il primo articolo della costituzione
capitalistica. Articolo non scritto, ma di sicuro applicato. Per essere
dinamici bisogna anche spostarsi, invadere i mercati, talvolta anche i
"palazzi".
«Per pilotare il vettore dei consumi bisogna conoscere i comandi,
la leva d'avviamento. La leva dell'avviamento dei consumi è la
forma del prodotto. (
) Attraverso la forma del prodotto condivido
lo stile di vita. (
) La forma non è un di più, ma
il modo con il quale il prodotto diventa relazione, l'unico dato di fatto,
perché verificabile. (
) La forma del pane comunica tavola
e non farina. Non si può mettere farina in tavola».
La riflessione dell'autore è molto interessante e dovrebbe farci
pensare che, in fondo, il sistema delle merci ci vende sempre la stessa
minestra; cambia la forma.
Castagnotto fa alcuni esempi di "forma" capace di modificare
un prodotto che invece è più o meno lo stesso.
La macedonia. Frutta, appena modificata con maraschino, trasformata in
dessert.
Il gelato. Il cono gelato trasformato in coppa gelato da mangiare col
cucchiaino.
Il jeans. Indossato con giacca e cravatta "cambia" forma.
Il giubbotto. Ha aggregato cappotto e giacca e li ha persino sconfitti.
Ovviamente non è questione di design o di combinazione tra due
prodotti. La nuova forma, che comunque contiene cose vecchie, deve creare
un nuovo bisogno.
Quattro (per semplificare) sono le leve fondamentali del marketing mix:
prodotto, prezzo, pubblicità e un "plus" esterno. Quest'ultimo
sta proprio fuori del prodotto. Ad esempio: "Dove c'è Barilla
c'è casa". Ecco che allora il prodotto si vende non per quello
che c'è dentro ma per come parla. Ed è un linguaggio periferico
alla natura del prodotto. Altro esempio: «Limitarsi a dire che l'acqua
San Pellegrino serve quando uno ha sete sarebbe come fare pubblicità
a tutte le acque. Da qui la necessità di aggiungere: E' frizzante
al punto giusto». Ma questa è una informazione? Decisamente
no, ma la pubblicità - scrive Castagnotto - «quando informa
di qualcosa, in realtà che cosa sta facendo? Non sta informando,
ma sta facendo un'altra cosa. Che cosa, c'è lo dice molto bene
il seguente esempio: "In ogni spicchio di Ramek c'è una tazza
intera di latte e panna di Baviera"». Nessuno è tanto
pazzo da verificarlo.
I prodotti che acquistiamo sono realizzati in serie. Questo non cambia
la nostra esistenza, che certo non ha bisogno di mettere nel carrello
della spesa l'unicità di una bistecca. Invece la pubblicità
fa leva su questa unicità, e forse noi abbocchiamo, ci lasciamo
adescare. Siamo così allocchi?
«Compito della pubblicità è di far apparire la merce
non già rara e introvabile come gli smeraldi, perché è
in serie, ma unica in risposta a un bisogno, un desiderio, un'aspettativa,
un deficit». Castagnotto riprende una regola classica della pubblicità:
comunicare del prodotto un'unica idea (tema) di vendita: la unique selling
proposition (USP). Questo rimanda al libro di Rosser Reeves, che della
USP fu, in un certo senso, il teorico (e che mise in pratica nella sua
agenzia Ted Bates & Company, una delle più grandi del mondo).
Il libro si intitola " Reality in Adevtising. I miti di Madison Avenue"
(Lupetti editore).
Salto da un libro ad un altro, ma è interessante conoscere la USP,
con le parole di Rosser Reeves. "La USP è divisa in tre parti:
1) Ogni campagna pubblicitaria deve proporre un benefico per il consumatore.
2) Deve essere un beneficio che la concorrenza non può offrire
o, di fatto, non offre. Deve essere unico, esclusivo, sia che si tratti
di un'esclusività del prodotto o di un'affermazione che non viene
comunque usata in quel particolare settore merceologico della pubblicità.
3) il beneficio deve essere molto forte".
Torno a Castagnotto, che però si chiede: come si fa a sapere di
avere una buona idea?
Specialmente quando un prodotto non è per nulla diverso da un altro.
Ecco allora che intervengono i significati "esterni" alla funzione
base del prodotto, e la pubblicità ci porta in aree virtuali, immaginarie:
"la tenerezza, la natura, la morbidezza, il benessere, l'attrazione,
il fascino".
Dal momento che siamo consumatori evoluti-involuti, sono d'accordo con
Castagnotto quando dice che «Non solo la gente non sa quello che
compra, ma non sa perché lo compra. Quasi sempre crede di averne
bisogno, invece ha bisogno di significati che esaudisce acquistando dei
simboli». E questa sarebbe la società del primo mondo?
Di solito prevale il concetto pubblicità=persuasione. Castagnotto
puntualizza che la persuasione ha bisogno di una trattativa tra due parti
per essere portata a termine. Il più delle volte la pubblicità
non persuade, ma rimuove il rapporto tra domanda e offerta, e quindi è
subdola. Esempio: una mamma che dice alla figlia "Sei troppo giovane
per metterti il rossetto". Al "Perché?" della figlia,
la mamma risponde: Perché sei ancora una bambina". Non le
spiega perché le donne si mettono il rossetto.
Il libro di Castagnotto affronta anche il linguaggio della pubblicità,
linguaggio tra retorica e metafore stereotipate e, in ultima analisi,
farcito di ambiguità. Il pubblicitario deve trovare un punto di
compatibilità tra edonismo e morale. Compito non facile. Anzi,
più spesso eluso. La pubblicità affascina, incanta, diverte,
e pure disturba, ma è sempre coerente con la proprio immoralità.
«Le metafore dice Castagnotto devono essere confezionate,
messe in scatola, spedite, trasportate, esposte». Facile aggiungere:
e vendute. Come questo libro, che però è sempre meglio di
una bevanda che gonfia la pancia e non serve a nulla. No, mi sbaglio:
dimenticavo la metafora a stelle e strisce. Non abbiamo mica sete, noi
del primo mondo. Siamo consumatori evoluti, e a tempo pieno.
MDN
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Edizione
Rosemberg & Sellier
€
11,36
| Ugo
Castagnotto è stato uno degli ultimi allievi di Charles Morris
(autore del famoso saggio Segni, linguaggio, comportamento) nel 1967
alla University of Florida, dove ha poi insegnato. Dopo aver lavorato
all'Università di Toronto, a New York e in Svezia è
stato copywriter e collaboratore dl celebre pubblicitario Armando
Testa. E' stato consulente per importanti aziende. Ha insegnato tecniche
della comunicazione pubblicitaria all'Università di Torino.
Tra i suoi libri Semantica della pubblicità (Silva editore,
1970) e Fiat 500. Genio di un'epoca (Lindau, 1992). |
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