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OVERDOSE
La società dell'informazione eccessiva
Oggi sempre più persone si sentono schiacciate dal divario tra
le informazioni che dovrebbero essere assimilate e quelle che riescono
effettivamente a interiorizzare. Sottoposti ad una intensa aggressione
di informazioni, sporadicamente raccolte da strumenti differenti, i più
non sono in grado di sottoporre a revisione critica le nozioni che finiscono
per ingurgitare. Proprio da questo meccanismo nascono le leggende metropolitane.
Il libro di Giuliano da Empoli è semplice, sintetico, ma affronta
il problema in modo esauriente. La semplicità è voluta,
e certamente opportuna per focalizzare quali sono le iperbole e le astruserie
che contaminano il mondo dell'informazione, e che contribuiscono ad assoggettare
tutti coloro che si sottraggono alla fatica di una continua vigilanza.
L'autore ha individuato alcune sindromi legate all'uso indiscriminato
degli strumenti informatici. La più devastante deriva dal timore
di restare disconnessi; disconnessione che crea stato di ansia e isolamento.
Ad avere valore è solo la conoscenza non l'informazione, e solo
chi dispone di solidi schemi interpretativi resterà a galla, nel
vortice dell'overdose cognitiva. Tutti gli altri affonderanno sotto la
massa crescente dell'informazione "in entrata".
Altre manifestazioni della disfunzione da overdose è "l'ataku",
che è una modalità particolare di rapportarsi alla conoscenza
di uno specifico argomento, fino a conoscerne, in modo maniacale, ogni
aspetto, ma trascurando e ignorando ogni altro contenuto della conoscenza.
Così l'eccessiva generalizzazione ha prodotto proprio il suo contrario,
il bisogno di rifugiarsi in una nicchia di super-specializzazione che
dà la rassicurante sensazione di padroneggiare almeno una porzione
del mondo.
Più la società diviene complessa, maggiore è la tentazione
di creare sotto-insiemi sociali fondati su codici specializzati. Tutto
ciò comporta una specie di robotizzazione di saperi, che non permette
di padroneggiare la complessità, che necessariamente si risolve
in strutture fra loro connesse.
Stiamo perdendo l'ideale umanistico del sapere che è stato coltivato
in Europa a partire dal Rinascimento. "E' assai più bello",
diceva Pascal, "sapere qualcosa di tutto piuttosto che tutto di qualcosa".
Dal punto di vista dello stato di salute della democrazia, la continua
contrazione della sfera degli interessi e delle conoscenze condivise da
tutti i cittadini e la continua espansione di segmenti separati ed estranei
alla sfera pubblica, non può essere considerata una buona notizia.
Altra manifestazione, o disfunzione, derivante dall'overdose informativa,
è il disperato bisogno di uscire dall'anonimato indifferenziato.
La necessità di essere considerati, magari anche se sei un criminale.
Ogni mezzo è buono per distinguersi dalla massa al punto che ormai
sono cambiate le regole della comunicazione interpersonale. Pur di ottenere
attenzione, si è disposti a svendere la propria vita privata e
la proprie intime emozioni. E' nata la pratica del "narcisismo conversazionale"
e la corrispondente professione del "prestatore di attenzione".
Il "datore di attenzione" opera a diversi livelli: psicoterapeuta
per i ricchi ancora efficienti; badanti sempre per ricchi ma non più
autonomi.
Nella società dell'informazione sovrabbondante, permeata dal narcisismo
di massa, si accresce la frattura tra chi può attirare l'attenzione
su di sé, anche comprandola, e chi non può farlo.
Altra forma di disperata difesa sembra essere il cosiddetto "less
in more", il minimalismo che si richiama volentieri ai principi cistercensi,
ma che può diventare nella realtà un'espressione di aristocratica
arroganza. L'argomentazione chiara e lineare non è certo meno "costosa"
ed elaborata di una esposizione verbosa e complicata. Così l'oscurità
non è sintomo di profondità. Solo chi ha idee interessanti
da esporre può correre il rischio di essere chiaro. I veri leader
hanno abbastanza autostima per essere chiari, precisi e fare in modo che
chiunque capisca quali sono gli obiettivi.
Per battere l'overdose informatica bisogna insomma adottare il celebre
motto di Einstein: semplificare il più possibile, ma non di più.
L'ipertestualità sembra aver adottato il principio di semplicità,
ma anche qui la frammentazione e il vagabondaggio informativo rendono
impossibile la visione
"lineare" e consequenziale che sempre sta a fondamento di un
autentico sapere. Ecco perché anche la pubblicità oggi,
capito questo, tende di nuovo a utilizzare codici narrativi, che tengono
avvinto lo spettatore. Per questo la scuola, oggi più che mai,
deve conservare il suo ruolo fondamentale di sistematizzazione delle conoscenze,
proprio perché viviamo in un ambiente cognitivo sempre più
caotico. La scuola deve insegnare dove guardare e trasmettere l'abitudine
al dubbio critico come unico mezzo di difesa di fronte ad un sistema informativo,
apparentemente banale, ma che astutamente proprio attraverso la banalizzazione
si propone di addormentare le coscienze.
Dobbiamo avere dunque il coraggio di rivendicare il diritto alla disconnessione
perché solo la disconnessione rende possibile quel processo di
interiozizzazione che ci permette di interpretare e rielaborare le informazioni.
E' una battaglia che si vince a livello individuale. Dipende da ciascuno
di noi non farsi schiacciare dalla densità informativa dell'ambiente
nel quale vivere.
A.T.
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GIULIANO
DA EMPOLI
Overdose
La società dell'informazione eccessiva
Marsilio
pagine 112
€ 9,00
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