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Il suo saggio
No Logo è diventato un best seller e il punto di riferimento
del movimento contro le multinazionali. L'autrice, Naomi Klein,
trentenne canadese, è considerata la giovane icona della nuova
sinistra. Ora si può finalmente leggere in italiano: Baldini
& Castoldi, pagine 464, lire 32.000.
Questo articolo
è stato scritto prima dell'edizione italiana. Quando leggerò
il libro potrò aggiungere impressioni di prima mano (Sarà
utile?). Per il momento, restano le stesse fonti: un articolo sul quotidiano
la Repubblica del 14 marzo 2000 (rintracciabile via Internet nell'archivio
di Caffè Europa: www.caffeuropa.it), un'intervista su http://utenti.tripod.it/anomalib/klein,
un articolo su il manifesto del 21 novembre 2000, un articolo sul
settimanale Internazionale del 1/7 dicembre 2000 (che riporta un
articolo del settimanale inglese The Observer, del 12 novembre
2000). Non è mancato, naturalmente, il collegamento con il sito
ufficiale di Naomi Klein: www.nologo.org
Il riferimento alle fonti serve prima di tutto per ringraziarle, poi per
elencare i "pezzi" che compongono questo articolo, simile ad
una sorta di mini rassegna stampa col metodo abbastanza sbrigativo del
"copia e incolla".
Persona interessante, Naomi Klein, per quel suo essere - così scrive
Gaby Wood su The Observer - "una analista, un'attivista, una guida,
una profetessa che vede il presente meglio di chiunque altro".
E' un bel nome, Naomi Klein, altamente musicale, davvero strano nella
combinazione tra nome e cognome di due noti personaggi della moda, di
quel mondo - passatemi l'espressione - più logo del mondo.
Naomi Klein ha buone radici famigliari per essere ciò che è.
Suo nonno, Philip Klein, disegnatore di cartoons, organizzò il
primo sciopero alla Walt Disney, e fu licenziato. I suoi genitori preferirono
l'emigrazione nel vicino Canada per rendere concreta la loro protesta
contro la guerra del Vietnam. Naomi cresce in compagnia di ideali radical
e degli ambienti in miniatura di Barbie.
Studentessa universitaria - primi anni Novanta - dirige una rivista alternativa,
This Magazine, attraverso la quale si vuole esprimere "un punto di
vista di sinistra in un paese dove sembrava non ci fosse la sinistra".
Poi il New democratic party canadese ha vinto le elezioni. Ma arriva la
recessione. Naomi Klein lascia la rivista, a suo parere poco energica
nei confronti dell'inattività del governo e della sinistra, e decide
di essere una studentessa a tempo pieno.
All'università incontra un gruppo di attivisti con idee semplici,
ma chiare: "Se il governo continua a dirci che le multinazionali
sono più potenti di loro, se ci vogliono far credere che la globalizzazione
è inevitabile, se ci dicono che tutto è in mano alle corporation,
allora agiamo direttamente contro le corporation e contro le istituzioni
finanziarie che governano l'economia globale".
Così, dopo quattro anni di ricerche sul campo, nelle cosiddette
"free-trade zones" dell'Indonesia, del Messico, del Vietnam,
quelle idee sono diventate il voluminoso e impegnativo No Logo.
Un libro inchiesta con lo stile del reportage, ricchissimo di cifre, tabelle
e diagrammi. Naomi Klein imbastisce la sua ricerca su un concetto ben
noto ai pubblicitari di questi ultimi vent'anni: le merci in quanto tali
hanno perso la loro importanza e l'interesse si è spostato sul
marchio. Il marchio è uno stile di vita.
La Nike non vende più scarpe da ginnastica, ma "migliora la
vita delle persone attraverso lo sport"; IBM non vende computer,
ma "soluzioni per un piccolo pianeta"; la Polaroid non è
più una macchina fotografica, ma un "lubrificante sociale".
Così si esprimono i responsabili marketing di queste aziende transnazionali.
Dal prodotto al marchio, in un passaggio anche di forza lavoro; la produzione
si è trasferita nel Terzo mondo, mentre nel Primo sono spariti
migliaia di posti di lavoro.
Così è, e non ci piace.
E' possibile amare le merci senza trasformarle in feticci? (frase presa
dall'articolo di Repubblica, e qui in forma di domanda). Parere personale:
mi piacciono gli "oggetti" quando la loro funzione (l'uso) si
carica di memoria (qualcosa che mi è appartenuta e che, attraverso
una forma, torno a rivedere, rivivere). Non credo, quindi, ad uno stile
di vita che si attua nel presente; il mio stile ha bisogno del tempo per
attuarsi. Ma non è il caso di farla difficile. Qual è lo
stile di vita che mi propone la Nike, con la sua aletta svirgolettata?
Essere sportivi, atletici, magri, giovani; essere teenager. Esco con un
paio di Nike, quelle con la finta aria nella suola. Smetto di essere un
cinquantenne non più atletico, un poco appesantito, con tutti gli
optional del mezzo secolo? Ovvio che no. Quindi, deduco, non sono io quello
da "niketizzare". Osservo i teenager. Vanno con le loro Nike,
non leggeri come cestisti, ma pesanti come soldati impantanati. Scarpe
carrarmato. Cerco bimbi grossocci insaporiti dal fritto di Mcdonald's.
Ne vedo parecchi, in giro. Cerco, per riflesso, i loro genitori. Abbasso
lo sguardo e mi accorgo (lo sapevo già) che la mia tuta domestica
è una Champion. Sono intrappolato. Ma non smetterò certo
di comprare tute. Mi difendo: non voglio essere uno che vuole essere libero
con una tuta, voglio solo una tuta che mi fa stare libero. Al posto della
C una Z? Mi importa poco.
Ora mi viene in mente che da qualche parte ho letto che la Nike ritiene
che il suo concorrente in futuro sarà Disney, non Reebok. Ecco,
questo mi impensierisce. Comincio un poco a spaventarmi. Non c'è
più lo stile di vita che ci illude di essere atletici, magri, giovani.
C'è qualcos'altro. Dal corpo all'anima. Già è stato
detto e ripetuto più volte: con i prodotti che acquistiamo abbiamo
(dovremmo avere, secondo le multinazionali) "un profondo contatto
emotivo"; vestiti, computer o caffè è lo stesso. »
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Lo sguardo,
nella realtà, ricade sull'occhiello (sghembo e involontario giochetto
di parole) dell'articolo del manifesto: "Tutto è iniziato
con un paio di scarpe da ginnastica prodotte in un workshop dell'Indonesia
fabbricate da un'operaia, pagata a due dollari al giorno, e vendute a
120 dollari a New York". Riprendo l'orientamento. Ecco lo stile di
vita proposto: sfruttamento della manodopera malpagata e maltrattata,
manipolazione delle coscienze, accentramento di potere.
Non stupisce che No Logo sia diventato, in breve tempo, il manifesto
di chi poi è stato a Seattle, a Washington, a Praga.
L'articolo di Repubblica si conclude dicendo che "c'è più
morale nel finale di Toy Story 2, quando i giocattoli preferiscono rassegnarsi
alla morte pur di farsi consumare da un bambino invece di trascendere
in icone d culto per sempre venerate in un museo, che nelle profezie apocalittiche
sul dominio del mercato. E' possibile amare le merci senza trasformarle
in feticci, ci dice il film di Disney".
L'articolo di Repubblica si conclude con un tono un po' aspro: "C'è
più saggezza nel suo messaggio (Toy Story 2) che nella lugubre
copertina di questo libro: tutta nera, una sola scritta, No logo.
Anche No logo può diventare un "logo". Solo più
tetro".
Riprendo, per una risposta indiretta, l'articolo dell'Observer: "Forse
la tecnica più sottile delle multinazionali è l'appropriazione
di un linguaggio politicamente corretto. Un testimonial della Nike, Tiger
Woods, strombazza dai manifesti: Negli Stati Uniti esistono ancora dei
campi da golf dove non posso giocare per il colore della mia pelle".
Il marketing, "continua ad assorbire la sua opposizione".
Nel mio "finale" posso aggiungere che quando comprerò
il libro lo coprirò con una copertina tutta nera, non userò
alcuna etichetta adesiva per scrivere titolo e autrice. Nero. E basta.
Ancora più No Logo.
La foto di Naomi Klein
è tratta dal settimanale Internazionale, che ringraziamo.
Quarta
di copertina
Perché Bill Gates, la perfetta icona della new economy si è
trasformato in un orfanello della globalizzazione? Perché il
baffo della Nike (il più grande successo di marketing degli
anni Novanta) è diventato simbolo di sfruttamento della manodopera?
Perché alcuni dei più celebrati marchi del mondo vengono
oltraggiati e coperti dallo spray, perché sono diventati l'obiettivo
preferito degli hacker e delle campagne anti-industriali?
E, soprattutto, cosa significa tutto questo per il mercato delle multinazionali
e le loro relazioni planetarie, cosa ci dice del futuro delle nostre
comunità e del mondo in cui viviamo?
Con una buona miscela di analisi socio-culturale, cronaca giornalistica
e "lavoro sporco", Naomi Klein, una delle più preparate
e rispettate giornaliste nordamericane, espone in No logo
il crescente malcontento nei confronti dei marchi. Senza accorgersene,
le multinazionali hanno "militarizzato" la loro opposizione.
Lo sforzo compiuto dalle grandi aziende per rendere omogenee le nostre
comunità e monopolizzare il linguaggio comune ha generato una
forte ondata di resistenza, testimoniata dalle azioni di guerriglia
dei più giovani antagonisti. No logo racconta
la ribellione contro il nostro mondo di etichette, e la colloca in
una chiara prospettiva economica e (pop)storica.
In questa esauriente, rivelatrice e umanissima storia, dai sacerdotali
negozi della Nike, Naomi Klein ci porta all'interno delle fabbriche
sfruttatrici in Indonesia e nelle Filippine. Ci accompagna nei centri
commerciali del Nord America, con il loro life-style pronto da indossare.
Ci presenta un grande numero di attivisti che combattono la società
dei marchi: i "sabotatori" di cartelloni pubblicitari, i
manifestanti che hanno sfidato la Shell sul delta del Niger, gli attivisti
dietro al processo McLibel di Londra, gli hacker che hanno dichiarato
guerra ai sistemi informatici delle multinazionali che violano i diritti
umani in Asia.
Naomi Klein è cresciuta nell'età aurea del marketing
e ora, forte di una documentazione completa e del suo lucido, candidi
approccio, scopre quanto la new economy abbia già tradito il
suo credo principale e traccia le ragioni della nascita del movimento
antiglobalizzazione: un movimento planetario al quale è necessario
prestare molta attenzione. |
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