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EMOTIONAL ASSETS
L’innovazione psicolinguistica e l’incremento dell’efficacia in pubblicità


Il consumatore compra il prodotto o, invece, la sua immagine? Quali sono le “grandi leggi universali” della fabbrica dell’immagine? Perché certi nomi, combinazioni di colori, grafica, musica creano un’atmosfera affascinante e attraente mentre altre risultano repellenti?
Se si effettua un test su un campione di italiani e si chiede qual è, tra le vocali, quella più “maleodorante”, una schiacciante percentuale, benché possa apparire strano, convergerà sulla “u”: ecco il motivo per il quale certi nomi con la “u” non funzionano. La stessa dinamica di psico-comunicazione per “riflesso condizionato emotivo collettivo” si presenta per tutti gli elementi grafici, cromatici, auditivi, antropografici, nessuno escluso.
Produrre messaggi coerenti con queste aspettative emotive collettive profonde è la premessa di una maggiore accettazione: anche nel caso di packaging o spot modificati secondo questi parametri si ottengono statisticamente incrementi molto interessanti.

Le aziende investono in uno spot milioni di Euro, eppure, troppo spesso, non applicano su di esso un criterio di “qualità”, come invece avviene nella produzione o nei servizi.
Eppure dalla qualità dello spot dipenderà il successo o l’insuccesso del marchio.
Emotional Assets vuol essere una guida per questo nuovo modo di fare ricerca. Il lettore sarà introdotto nell’universo emozionale collettivo, e di questo attraverserà gli spazi conosciuti e oscuri, spingendosi alla ricerca delle “grandi leggi universali” della comunicazione subcoscienziale. Potrà così conoscere i fondamenti costituenti del linguaggio più efficace sulla “psiche emotiva”, ovvero la Psicolinguistica.

Emotional Assets Gianandrea Abbate Ugo Ferrero
208 pag. – 25 Euro Finedit Italia Collana ADV 1» edizione febbraio 2003


Il libro è corredato da 30 mappe, 29 grafici e 6 tabelle.
Nel volume sono presenti 15 case histor italiane


Per informazioni e acquisti: www.metalinguistic.com


Un capitolo
Due emisferi cerebrali


Ciò che emerge come tema principale… è che sembrano esistere due modalità di pensiero, una verbale e una non-verbale, rappresentate rispettivamente dall’emisfero sinistro e dall’emisfero destro, in maniera piuttosto autonoma, e che il nostro sistema educativo, così come la scienza in generale, tende a trascurare la forma non verbale di intelligenza. In poche parole, la società ha un atteggiamento discriminante nei confronti dell’emisfero destro.
Roger W. Sperry

Una delle prime e affascinanti considerazioni che si devono fare a proposito del cervello umano e dei due emisferi di cui è composto è che essi agiscono nel proprio rapporto con il corpo in base a un sistema incrociato: l’emisfero sinistro controlla la parte destra del corpo, l’emisfero destro la parte sinistra dando luogo a un sistema che per molti secoli ha lasciato interdetti filosofi, ricercatori e pionieri delle neuroscienze.
La dimostrazione di questo sistema venne, nel corso delle tante ricerche, dall’elaborazione dei dati che scaturivano dall’osservazione di pazienti che, per cause traumatiche o per particolari malattie neurologiche, venivano colpiti in una o nell’altra parte dell’emisfero cerebrale. Il sistema comunicativo cerebrale è basato su un sistema a croce.
Da circa un secolo la ricerca scientifica ha localizzato le funzioni del linguaggio, e le capacità di elaborazione a esso correlate, prevalentemente nell’emisfero sinistro della maggior parte degli individui che nel 98% circa dei casi sono destrimani.
Uno dei dati che emerge chiaramente a dimostrazione della lateralizzazione del linguaggio, per esempio, è che la perdita della parola si verifica molto più frequentemente in presenza di lesioni all’emisfero sinistro che non di lesioni di pari entità all’emisfero destro.
Poiché la parola e il linguaggio sono strettamente collegati alla capacità di formulare pensieri e ragionamenti, vale a dire alle funzioni mentali che contraddistinguono l’essere umano, i ricercatori del secolo scorso definirono l’emisfero cerebrale sinistro “dominante” o principale, e quello destro “subordinato” o secondario. Fino a circa mezzo secolo fa si credeva, insomma, che l’emisfero destro fosse meno progredito, meno evoluto del sinistro: una specie di gemello con capacità inferiori, diretto e guidato dall’emisfero sinistro, in cui risiede gran parte delle funzioni verbali.
Una nuova prospettiva si è aperta solo da pochi decenni, da quando cioè la ricerca neuroscientifica ha iniziato a occuparsi in modo specifico e sistematico delle funzioni di un importante fascio, composto da milioni di fibre nervose, che collega i due emisferi cerebrali: il “corpo calloso”.
Per le sue notevoli proporzioni e per la posizione strategica di collegamento tra i due emisferi, il corpo calloso dava la netta impressione di essere una struttura di fondamentale importanza. Tuttavia esso poteva essere asportato senza apparenti gravi conseguenze, come l’esperienza aveva provato, e questa constatazione lasciava perplessi i ricercatori.
Negli anni Cinquanta, in seguito a una serie di studi su cervelli di animali svolti soprattutto da R.W. Sperry e dai suoi allievi R. Myers e C. Trevarthen, fu dimostrato che una delle funzioni principali del corpo calloso era di provvedere alla comunicazione tra i due emisferi, consentendo fra l’altro la trasmissione della memoria e dell’apprendimento. Si scoprì, inoltre, che asportando questa “via di comunicazione” le due metà del cervello continuavano a funzionare autonomamente, il che spiegava in parte l’assenza di conseguenze evidenti nei casi osservati sia sul piano del comportamento che della funzionalità in generale.
Negli anni Sessanta questo studio fu esteso da M. Gazzaniga e J. Levy a un gruppo di pazienti neurologici affetti da gravi problemi epilettici, detti anche “split brain” per l’intervento di scissione chirurgica che separava di fatto i due emisferi cerebrali. Da tali ricerche emersero ulteriori dati sulla funzione del corpo calloso che indussero i ricercatori a modificare le loro convinzioni sulle facoltà delle due parti del cervello. Si scoprì, infatti, che entrambi gli emisferi svolgono funzioni cognitive superiori e che ciascuno è specializzato in diverse e assai complesse modalità di pensiero, tra loro complementari. Nonostante la natura radicale dell’intervento, sia l’aspetto che il comportamento e la capacità di coordinazione dei pazienti ne risentirono in misura minima, tanto che a un osservatore esterno la condotta quotidiana di queste persone appariva quasi del tutto normale.
In seguito l’équipe svolse con questi pazienti un’articolata serie di test che rivelò inequivocabilmente che ciascun emisfero percepisce una propria realtà o, per meglio dire, percepisce la realtà a suo modo. Sia negli individui con cervello intatto, sia in quelli con cervello scisso, la metà verbale del cervello, la sinistra, svolge abbastanza costantemente un ruolo dominante. Con una serie di ulteriori procedimenti, l’équipe esaminò poi il funzionamento separato dell’emisfero destro e scoprì che anche la parte destra del cervello vive delle esperienze, ha delle reazioni emotive ed elabora autonomamente un gran numero d’informazioni.
Oltre a studiare le esperienze mentali dei due emisferi, venne analizzato anche il loro modo diverso di elaborare i messaggi provenienti dal mondo esterno e dalla realtà interna propria del cervello. I risultati indicarono che le funzioni dell’emisfero sinistro sono essenzialmente verbali e analitiche, mentre quelle dell’emisfero destro sono non-verbali e globali. Nel corso di ulteriori ricerche emerse anche che l’emisfero destro ha un modo di elaborazione rapido, complesso, sintetico, spaziale e fondamentalmente basato sulla percezione, un modo che se da una parte è totalmente diverso da quello verbale e analitico dell’emisfero sinistro, dall’altra è a esso paragonabile per complessità e capacità di elaborazione.
L’emisfero destro ha inoltre un ruolo prevalente “nel riconoscimento delle facce, delle figure e delle forme geometriche, delle espressioni mimiche della faccia, e sembra essere preminente anche per alcuni aspetti dell’espressione musicale, e cioè tonalità, timbro e armonia, oltre che per gli aspetti più musicali del linguaggio e cioè la prosodia. Le regioni dell’emisfero destro responsabili per l’intonazione della voce (prosodia) sono localizzate in regioni corrispondenti ai centri del linguaggio nell’emisfero sinistro. Una lesione della parte anteriore (a destra) fa perdere l’intonazione della voce che diventa piatta e priva di espressione, mentre una lesione nella parte posteriore fa perdere la comprensione della componente emotiva del linguaggio. Il ritmo della musica, invece, è più di pertinenza dell’emisfero sinistro, come del resto il calcolo aritmetico e la classificazione dei colori. Vi sono (…) osservazioni interessanti per il ruolo che possono avere i due emisferi nella percezione della parola o per meglio dire della comunicazione verbale, se si prendono in considerazione casi in cui la parola (con i suoi precisi significati), i gesti e l’intonazione della voce hanno pesi ugualmente importanti: si pensi, per esempio, all’opera lirica. Spesso i libretti delle opere, con le dovute eccezioni, (…) sono lavori di letteratura assai mediocri. La lettura di questi testi di per sé è noiosa, le parole, il fraseggio, i significati appaiono spesso arcaici, fuori moda e talvolta addirittura ridicoli.

Tuttavia questi messaggi acustici, anche se ancora chiari alla nostra comprensione (il testo), quando sono fusi con la musica sfuggono completamente alla nostra critica, anzi diventano fonte di piacere, arte. Perché mai il cervello dà un’interpretazione così diversa degli stessi messaggi? L’ipotesi che si può fare è che nell’opera lirica le parole diventano canto, fluide come dicono gli esperti, messaggio di armonia, di emozione e non più di significato. In questa nuova loro veste non sono più analizzate dall’emisfero sinistro, che è attento ai loro significati, bensì dall’emisfero destro che ne percepisce il messaggio melodico, drammatico o comunque emotivo” (L. Maffei).
C’è un divertente aneddoto, a questo proposito, secondo cui Giacomo Puccini, avendo già scritto la musica per una romanza di Musetta nella Bohème, scrivesse in tono perentorio ai suoi librettisti, Illica e Giacosa, che non era tanto importante il significato delle parole, quanto che le parole stesse dovessero assolutamente suonare come “coccorocò, coccorocò, bistecca”. Dal perentorio ordine di Puccini ebbe così origine la famosa aria “sola m’en vo, sola m’en vo, soletta”.
Ma questa interazione non è così semplice: varie ricerche hanno dimostrato che in alcuni casi i due modi di approccio tendono a interferire l’uno con l’altro e un assunto del genere suggerì l’idea che proprio questa ragione potesse essere alla base della maturazione asimmetrica del cervello umano.
Gli studi sulle funzioni dei due emisferi cerebrali portarono gradualmente alla conclusione che in entrambi avvenissero processi cognitivi di alto livello che, pur se in modo diverso, comportavano processi di pensiero e di ragionamento, nonché complesse operazioni mentali.
Negli ultimi dieci anni le ricerche svolte sulla scia delle prime rivelazioni hanno fornito numerose prove a supporto di questa conclusione; studiando non solo il cervello di pazienti “split brain”, ma anche individui dal cervello integro, oggi sappiamo che, nonostante la sensazione comune di essere un’unica persona, cioè un essere unitario, il nostro cervello è “doppio” e ciascuna metà ha un proprio criterio di apprendimento e di percezione della realtà esterna. Ognuno di noi ha, per così dire, due menti e due coscienze, mediate e integrate dal ponte di fibre nervose, il corpo calloso, che unisce i due emisferi.
Si è potuto inoltre verificare che i due emisferi collaborano in modi differenti: a volte cooperano con l’altra metà, contribuendo alle sue specifiche capacità e assumendo quella parte del compito che meglio si addice al suo modo di elaborare delle informazioni; a volte, invece, i due emisferi operano singolarmente, vale a dire che uno è attivo e l’altro lo è meno. È quindi possibile ipotizzare che ciascun emisfero sia dotato di una modalità che permette di “tenere per sé” delle informazioni, privandone l’altro emisfero.
C’è allora, forse, qualcosa di vero nell’antico detto, proprio di molte culture, secondo cui “la mano destra non sa ciò che fa la sinistra”?

Caratteristiche principali delle funzioni dell’emisfero destro e dell’emisfero sinistro
I dati indicano che l’emisfero secondario, privo di linguaggio verbale, è specializzato nella percezione della Gestalt, essendo la sua principale facoltà quella di sintetizzare le informazioni che riceve. Invece, l’emisfero principale – quello parlante – sembra operare in un modo più logico, analitico, da computer.
Il suo linguaggio non è in grado di compiere le sintesi rapide e complesse operate dall’emisfero secondario.
J. Levy

Funzioni dell’emisfero destro
Non-verbali: consapevolezza delle cose senza il minimo ricorso alle parole.
Sintetiche: unione degli elementi di una situazione fino a formare un tutto.
Concrete: considerazione delle cose così come sono al momento presente.
Analogiche: percezione delle somiglianze tra oggetti, comprensione dei rapporti basati sulla metafora.
Atemporali: mancanza del senso del tempo.
Non razionali: mancanza della necessità di premesse e fatti, disponibilità a sospendere il giudizio.
Spaziali: osservazione della collocazione degli oggetti rispetto ad altri oggetti e delle parti rispetto all’insieme.
Intuitive: momenti illuminanti, di improvvisa comprensione delle cose, spesso in base a schemi incompleti, impressioni, sensazioni o immagini visive.
Globali: visione contemporanea di tutti gli aspetti di un oggetto o fatto, percezione di schemi o strutture al completo, spesso orientate verso conclusioni divergenti.

Funzioni dell’emisfero sinistro
Verbali: uso di parole per descrivere e definire.
Analitiche: soluzione dei problemi per gradi affrontando un aspetto per volta.
Simboliche: uso di simboli rappresentativi.
Astratte: estrapolazione di un dato parziale utilizzandolo per rappresentare l’oggetto intero.
Temporali: senso del tempo, applicazione di un ordine successivo alle azioni, agli oggetti ecc..
Razionali: formulazione di conclusioni in base a premesse e fatti.
Computistiche: uso dei numeri come nella computazione.
Logiche: formulazione di conclusioni in base alla logica, elaborazione di ordini successivi di tipo logico e matematico.
Lineari: pensiero basato su idee collegate.

Una grammatica sconosciuta che si può gestire
Come notava argutamente Daniel Goleman, solo in anni recenti “è emerso un modello scientifico della mente emozionale che spiega come le nostre azioni siano in gran parte determinate dalle emozioni – come si possa essere ragionevoli in un certo momento e irrazionali subito dopo – e in che senso le emozioni hanno le loro ragioni e la loro logica”.
È, in sostanza, la possibilità, per la ricerca orientata al marketing, di definire una sorta di vera e propria “grammatica” della parte destra del cervello umano, quella cioè dove risiedono gli stati affettivi e le pulsioni fondamentali sia nella vita sentimentale che in quella di “consumatori”.
Andare a cercare e indagare in questa “parte” rimasta ignota per così tanto tempo a chi si occupa di mercato e delle strategie connesse, è un passo in avanti che apre orizzonti finora sconosciuti, ottenendo un doppio risultato: la soddisfazione delle strutture produttive che vedono ampliare i propri volumi in termini di vendita e di fatturato e, al contempo, offrire al consumatore una comunicazione pubblicitaria gradita, non “inquinante” e fuori dagli schemi stereotipati che vedevano la pubblicità stessa, per molti versi, come qualcosa di impositivo.
Nasce, insomma, un nuovo sistema di indagine e di analisi che possiamo definire emotional marketing.
Emotional marketing è quindi l’insieme delle forme interpretative della realtà circostante espresse dalla parte destra del cervello, analizzate attraverso tecniche estremamente raffinate che si servono dei metodi della psicolinguistica applicata secondo parametri e schemi statistici costantemente aggiornati e verificati.
Nelle prossime pagine ci addentreremo nell’analisi di quelli che sono i punti di riferimento principali della psicolinguistica, analizzeremo modelli e “forme di base” e, infine, citeremo una serie di casi significativi in cui l’apporto dell’emotional marketing ha rappresentato un contributo importante per il decollo e il posizionamento di prodotti.