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George
Ritzer
La
religione dei consumi
Cattedrali,
pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo
Società
editrice il Mulino € 16,53
La religione
dei consumi è un libro per certi aspetti desolante. Eppure, i luoghi
che vengono descritti sono l'apoteosi dello sfavillio, dell'animazione,
della confusione, della spettacolarità. E, ovviamente, l'apoteosi
del consumo. Il sottotitolo ci fa capire bene l'argomento, con rigorosa
sintesi: "Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo".
La cattedrale non è solo il luogo del culto, nel quale i credenti
si ritrovano per omaggiare un qualche dio o per rassicurare la propria
coscienza (anche se qualcuno lo fa in "buona fede"). La cattedrale
è uno straordinario luogo di spettacolo. Un luogo "fisicamente"
grandioso. Come un ipermercato, come un centro commerciale. L'anima è
merce di scambio, per redimersi. Tu mi dai l'anima, io ti do il paradiso.
La merce, nelle cattedrali del consumo, è la nostra anima. Ugualmente
merce di scambio: per averla, un'anima, occorre pagare. Nelle cattedrali
del consumo il paradiso è percorribile subito, con un carrello
della spesa spinto in avanti, frenato ad ogni stazione di una via crucis
per nulla sofferente, anzi decisamente divertente e meravigliante. Lussuria,
ingordigia, desiderio non sono più peccati, ma emozioni. Servono
per diventare clienti.
I luoghi descritti nel libro sono più che altro americani, in senso
geografico (si parla di Las Vegas, Disneyworld, dei grandi magazzini di
New York si parla anche dell'Europa), e in senso metaforico, per
intendere "all'americana" tutto ciò che è eccessivo,
grandioso, spettacolare, hollywooddiano. Il consumo (chiamiamolo con il
vecchio nome: il capitale) per vivere dei nostri consumi ha bisogno di
intrattenerci con il divertimento perché deve trattenerci, farci
restare sul posto. Consumare esige anche tempo. Il supermercato offre
spettacoli, attrazioni, eventi, feste. La meraviglia è un ottimo
stimolante all'acquisto. Slot machines e simulazioni in cartapesta o computerizzate
al posto di incenso, musica d'organo e affreschi. Nei luoghi dello spettacolo
si consuma lo show e tutto il merchandising possibile, dalla t-shirt al
ristorante, dalla cartolina al soggiorno e pernottamento. Il casinò
(va bene scritto e pronunciato anche senza accento) si trasforma in un
albergo, con annesso supermercato a ridosso del bagno; l'albergo offre
il divertimento di un parco giochi stile Piazza San Marco. La Torre Eiffel
non finge di essere finta, ha la pretesa di essere "la" torre
Eiffel. Il virtuale di marmo e cristallo e acciaio e cartapesta e stucchi
di polistirolo è peggio di un acido lisergico. Forse sono la stessa
cosa.
Siamo (da tempo) allo shopping per divertimento, non per necessità.
C'è qualcosa che non sta funzionando.
Anche nel "vecchio continente" (sarà ormai un demente
senile?) le cattedrali sono finalmente se stesse. Una volta c'era l'Upim
(qualcuno diceva: la Upim), al centro della città (città
italiane degli anni Sessanta); si faceva il giro di tutti i reparti per
vedere "le cose", come fossimo ad una mostra del design di basso/medio
livello; d'inverno era un luogo per riscaldarsi, si sentivano le canzoni,
e ogni tanto la voce di una commessa microfonava annunci da segreteria
telefonica, anche se facevano pensare ad aeroporti non ancora frequentati.
Eravamo già in trappola, ma, poveri di spirito, ci sentivamo beati.
In trappola e pure illusi della beatitudine. Poi è arrivata la
Standa. Spirito metropolitano. Concorrenza. Le paghe mensili (il "ventisette")
servivano per soprabiti e presine da cucina, recipienti in moplen e scaffali
in truciolato. Poi è arrivato il supermercato degli alimentari.
Non c'era posto nel palazzo ottocentesco tutto sventrato per i due piani
della Upim/Standa. Nuovi locali verso la periferia. E i clienti come li
facciamo arrivare? Paghi due prendi tre. Poi passano gli anni. Il centro
commerciale è dall'altra parte (per dire proprio che sta lontano
lontano). Però c'è il parcheggio, che sembra di stare alla
Fiat. Accanto ai surgelati c'è il disco della compilation. I giubbotti
in finta pelle sanno di panetteria. La gente va a spasso negli hangar,
con percorsi simil porticato da centro storico (che è libero e
tranquillo e autentico), le fontane spruzzano acqua laser; sembra la festa
del patrono. Ci sono otto sale cinematografiche, con le poltrone comode.
Qualcuno ha dimenticato il pargolo di quattordici mesi nel carrello della
spesa, che stava dal parrucchiere, il cui negozio è attrezzato
per l'aerobica.
Ma non c'è più il vecchio sacrestano che smorzava le candele,
spegneva le luci soffuse e dava di catenaccio al portone, verso le sette
e mezza di sera? Eh, è un po' che se n'è andato, da quando
hanno messo le campane nel cd rom. Una compilation del din don dan. L'errore
di fondo di questa richiesta all'amarcord è sottovalutare che anche
il vecchio sacrestano badava, nel suo piccolo, ad una cattedrale del consumo.
Oggi, per vedere la sacrestia affrescata, ci vogliono quattro euro. Vale
la pena, ma sempre
shopping è.
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Quarta
di copertina
Lo scenario delle nostre pratiche di consumo è straordinariamente
mutato negli ultimi anni. Enormi centri commerciali, giganteschi parchi
di divertimento, cinema multisala, impianti sportivi che all'occorrenza
si trasformano in palcoscenici di megaconcerti, spettacoli non stop
e altri "eventi" popolano le nostre città e le nostre
vite. Come in un gioco di scatole cinesi, un luogo di consumo può
contenerne molti altri: il cinema e il ristorante all'interno dello
shopping center, la discoteca e la palestra nella nave da crociera,
l'albergo e il casinò nel luna park. Un processo di contaminazione
che ha investito ormai anche i luoghi dedicati alla sacralità
della cultura: nei musei è raro non trovare una caffetteria,
un ristorante, una libreria, un negozio di souvenir. Anche la sfera
provata ne è travolta: le nostre case sono invase da pubblicità
televisiva, posta-spazzatura, cataloghi, televendite e, da ultimo,
il grande moloch di internet. Come agisce tutto ciò sulle esistenze
individuali e sulla vita sociale? Con quali conseguenze?
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Un'aura incantatrice, magica, semireligiosa circonda questi fenomeni
e le nostre visite ai templi del consumismo assumono ora le sembianze
del pellegrinaggio, ora quelle della processione, ora perfino quelle
delle via crucis. Il fatto è che nelle cattedrali del consumo
afferma Ritzer si celebra forse l'ultimo culto del
nostro tempo.
George Ritzer insegna Sociologia nell'Università del Maryland.
Il Mulino ha pubblicato anche "Il mondo alla McDonald's"
(1997).
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